L’AQUILA – L’Aquila non è più meta di “turisti della tragedia”, come quelli che a migliaia visitivano il centro disastrato o la scuola sottufficiali della Guardia di finanza che aveva ospitato il G8.

Oggi qualcuno ancora viene: quasi sempre turisti più discreti, che vedendo dal vivo come stanno le cose nel capoluogo le capiscono meglio.

E denunciano una ricostruzione che dopo oltre due anni ancora non c’è.

È quello di cui si è reso conto Claudia Perdonà, professoressa di una scuola del Veronese, che ha trascorso, con suoi amici camperisti di Verona e Livorno, un fine settimana nel capoluogo.

Un’esperienza che ha segnato il gruppo di visitatori che si sono sentiti “essere catapultati dentro a un’istantanea scattata in quella terribile notte del 6 aprile 2009”.

Una serie di emozioni che la donna ha voluto fissare in una lettera, che AbruzzoWeb riporta integralmente.

“La cosa più importante che possiamo fare è raccontare ciò che abbiamo visto e che si è impresso indelebilmente nel nostro cuore”, scrive la donna. (red)

IL TESTO DELLA LETTERA

Arriviamo all’Aquila da via XX settembre e una morsa attanaglia il mio cuore e non lo lascia per tutta la durata della nostra permanenza in questa città in ginocchio.

Gli occhi rimangono spalancati e inevitabilmente velati nel tentativo di scorgere dietro alle crepe, ai crolli, alla desolazione i segni di una vita.

La prima sensazione è quella di accertarsi sulla data in cui siamo perché sembra di essere catapultati dentro a un’istantanea scattata in quella terribile notte del 6 aprile 2009.

Tutto  è fermo ad allora: i panni stesi, i balconi con i vasi, le tende che svolazzano attraverso gli infissi divelti, le porte che sbattono mosse dal vento sulle trombe delle scale che ci rimandano agli echi di terrore provato in quegli istanti.

E poi ci sono le foto di quelli che non ce l’hanno fatta, poste davanti ai cumuli di macerie; le chiavi, simbolo della casa, appese a una transenna in modo ordinato ; le camionette dell’esercito a tutela dell’ordine; un cane randagio, che forse randagio non era, che si avvicina ai passanti in cerca di normalità.

La città, a più di due anni, è “messa in sicurezza” ma non vi sono segni di ricostruzione.

Gli aquilani passeggiano per le vie della loro città, la rivogliono, hanno bisogno di stare insieme, di far rivivere quelle piazze stupende, quelle viuzze strette, quei sagrati delle chiese.

Hanno una nuova casa, nuovi vicini, nuove abitudini ma non possono non provare a riprendersi la loro città perché gli aquilani sono gente forte, tenace e coraggiosa.

Ne abbiamo la prova finché siamo all’Aquila quando la terra trema ancora una volta e per loro ricomincia la paura.

Noi possiamo riprendere il camper e tornare a casa … e già perché noi una casa l’abbiamo!

Allora sulla strada del rientro penso che non li dobbiamo abbandonare anche noi e la cosa più importante che possiamo fare è raccontare ciò che abbiamo visto e che si è impresso indelebilmente nel nostro cuore.