L’AQUILA – Segnata dalla rabbia delle testimonianze dei familiari delle vittime del sisma, la quarta udienza all’Aquila del processo alla commissione Grandi rischi.

L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è accusato di aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.

Davanti al giudice Marco Billi hanno sfilato i testimoni dell’accusa, rappresentata dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, magistrati della Procura del capoluogo, tutti familiari di persone scomparse nella notte del tragico sisma.

Testimonianze piene di dolore e anche rancore, come quella di Pier Paolo Visione, che ha accusato la Cgr di aver condotto gli aquilani “su una strada mortale”.

Tra gli imputati presenti oggi c’erano Bernardo De Bernardinis e Mauro Dolce mentre Enzo Boschi questa volta non è intervenuto.

L’udienza si è aperta con la proiezione di un piccolo spezzone del film Draquila di Sabina Guzzanti, e si è poi dipanata con le testimonianze che hanno ricalcato tutte uno stesso modello: chi ha perso la vita nel sisma era spaventato dopo le scosse del 30 e 31 marzo, ma le rassicurazioni della commissione hanno spinto a non preoccuparsi troppo nei giorni successivi e fino al 6 aprile.

Le difese hanno cercato soprattutto di evidenziare eventuali contrasti tra le dichiarazioni rese oggi e quelle nei verbali di acquisizione di sommarie informazioni da parte della polizia giudiziaria nella fase di indagini preliminari.

I testimoni, però, hanno ribadito quasi tutti che, con il passare del tempo, affiorano nuovi dettagli alla memoria.

Nel corso dell’udienza di oggi sono state fissate anche tutte le altre date del processo fino al 2012: ci sarà udienza sabato 29 ottobre, mercoledì 9 novembre, giovedì 17 novembre, sabato 26 novembre, mercoledì 30 novembre, mercoledì 7 dicembre, mercoledì 14 dicembre, mercoledì 11 gennaio e poi fissi tutti i mercoledì seguenti.

LE TESTIMONIANZE


”CI HANNO ANESTETIZZATO E MANDATO SU STRADA MORTALE”

“Quest’organo ha fatto il proprio lavoro mandandoci su una strada mortale. Ha fatto una previsione su quanto avvenuto, ‘più ne fa e meglio è’, e ha nascosto dati e studi sul territorio aquilano che ci avrebbero salvato. Se li avessimo conosciuti, in molti, con casa sulla costa, in quei giorni avrebbero preso la fuga. Le istituzioni avevano anestetizzato la città”.

Una testimonianza rabbiosa e dolorosa quella di Pier Paolo Visione, che nel sisma ha perso la sorella Daniela e i nipotini piccoli, nell’udienza di oggi del processo contro la commissione Grandi rischi.

Una deposizione con passaggi veementi, tanto che a un certo punto l’avvocato Filippo Dinacci (che assiste Mauro Dolce e Bernardo De Bernardinis) si è opposto: “Non voglio entrare in polemica, ci sono stati momenti drammatici, ma non è che in forza di questi momenti drammatici si può consentire quello che non è consentito”.

Visione ha avuto modo di seguire accuratamente il pre-terremoto come amministratore del portale d’informazione Inabruzzo.com.

“In quei giorni – ha ricordato – c’era massima attenzione in città, tutti avevano bisogno di capire cosa stesse succedendo, ma c’era un vocìo, nessuna istituzione forniva informazioni. Dal 20 marzo, la cosa andava crescendo. Era tutto ovattato, più di tanto non si poteva dire altrimenti si parlava di procurato allarme”.

“Un fulmine a ciel sereno – ha aggiunto – arrivano i professionisti che dovevano salvare o almeno dare indicazioni a noi poveri provinciali. Si attiva anche la redazione del portale che amministravo. Ero contento sia come amministratore, perché il mio direttore, Gianfranco Colacito, si era mosso con un cameraman per fare cronaca, sia come cittadino, perché arrivavano i massimi esperti. Il video era in piena evidenza sulla home page”.

Il testimone ha sottolineato il diverso comportamento degli aquilani in occasione di scosse precedenti.

“Negli anni Settanta – ha detto – ricordo che uscimmo con il pigiama e dormimmo fuori dopo una scossa. Non solo quello, noi aquilani eravamo abituati ad avere un certo comportamento, come quando ci fu uno sciame e i professori ci fecero uscire dalla scuola media, che fu chiusa per due giorni. La città reagiva in un certo modo”.

Ancora, “nei giorni precedenti alla commissione mia sorella si era attivata per costruire una casetta di legno del comune di Prata d’Ansidonia. C’era qualcosa che non le quadrava”.

Poi, però, le rassicurazioni che Visione ha contestato. “Lei mi disse, e con testuali parole, ‘se lo dice la commissione Grandi rischi, dobbiamo stare tranquilli’. Siamo una famiglia di funzionari pubblici, per noi l’istituzione aveva detto qualcosa, non smentito dopo. Lei aveva visto quel messaggio dirompente e che io definisco assassino: non c’è allarme, non c’è pericolo. Questo era quello che diceva lo Stato italiano”.

LA COMMOZIONE E I RICORDI DOLOROSI

Il primo teste della quarta udienza del processo alla commissione Grandi rischi è stato Corrado Giallonardo, che nel sisma del 6 aprile 2009 ha perso i genitori Aurelio e Giuseppina.

“Ricordo il terremoto del 1967, durante le feste di Natale. In quel caso uscimmo. Nello sciame mia madre era più preoccupata, mio padre tranquillo. Gli organi di stampa scrivevano che non c’era di che preoccuparsi. Mio padre era informatissimo, leggeva il giornale e guardava la tv quotidianamente. Mio padre era tranquillissimo, credeva a quello che dicevano la Grandi rischi e quindi gli organi di informazione”.

L’avvocato di Stato Massimo Giannuzzi ha chiesto come mai non denunciò subito la Cgr. “Passò del tempo, non eravamo in condizioni di prendere decisioni”, è stata la risposta.

L’avvocato Francesco Petrelli, legale di Franco Barberi ha chiesto di nuovo come mai il padre fosse sicuro prima della scossa.

“Mio padre – la risposta – era rassicurato dallo stare in un palazzo di cemento armato, ma soprattutto per quello che sentiva, lo ripeteva in continuazione. La mattina leggeva il giornale, nel pomeriggio e la sera guardava la televisione”.

Petrelli ha chiesto anche se Giallonardo abbia parlato con la sorella Franca, ascoltata la scorsa udienza, delle domande che le erano state rivolte e delle affermazioni fornite durante la testimonianza, e la risposta è stata affermativa.

L’avvocato Antonio Valentini ha concluso l’esame chiedendo l’acquisizione del Tg2 delle 13 del 1° aprile.

Tra i testimoni anche Ortesia Tomei, che nel sisma ha perso la sorella Paola.

La donna si è commossa più volte nel racconto, tanto che il giudice Billi a un certo punto ha ordinato cinque minuti di pausa.

“Della riunione – ha ricordato – me lo disse mia sorella per telefono. Il 30 aveva paura, dal 31 aveva cambiato atteggiamento e tono di voce. Alla radio aveva sentito di stare tranquilli perché non ci sarebbe potuto essere un terremoto più forte. Il 5 sera, alla prima scossa sono rimasta in casa, alla seconda no, ho chiamato Paola, ma aveva il cellulare spento”.

L’avvocato Valentini ha prodotto come memoria difensiva la trascrizione di un giornale radio di Isoradio in particolare il servizio sulla Cgr. Si tratta comunque di un documento già contenuto sui supporti informatici prodotti dal pm.

Scambio di battute durante il controesame della difesa. “Vorrei che guardasse me perché con lo sguardo cerca continuamente l’avvocato Valentini”, ha sbottato l’avvocato Petrelli. “Il solo pensiero mi offende”, la replica del legale aquilano che, con un esposto in procura, ha dato origine all’inchiesta contro la commissione.

Perché era cambiato l’atteggiamento della sorella dopo la riunione è stata la domanda dell’avvocato Dinacci, che assiste Dolce e De Bernardinis. “Perché prima dormiva con il pigiama e la valigia vicino alla porta, poi con la maglietta e le mutandine come può vedere dalla foto”, la risposta addolorata della Tomei.

”MIA MADRE ERA FUORI CONTROLLO, POI E’ STATA TRANQUILLIZZATA”

Altre testimonianze contro le rassicurazioni della Commissione grandi rischi, quelle dei fratelli Carlo ed Enrico Tassoni, che hanno perso la madre Silvana nel crollo di un’abitazione a Paganica.

“Mia madre – ha detto il primo – stava tranquilla perché era stata tranquillizzata da quanto appreso dagli esperti il 31 sera, pur essendo una persona timorosa del terremoto. Male che vada cascano cornicioni, ma le scosse non possono essere più forti di queste: questo era quello che si sentiva. Ne ho parlato con lei, ma quando non lo posso ricordare”.

“Nella nostra famiglia – ha aggiunto Enrico Tassoni – la cultura del terremoto c’è, mio padre da piccoli ci sfollava alla prima scossa. Dopo la scossa del 30 mi ha colpito l’agitazione di mia madre, mi ha chiamato ed era fuori controllo. Poi ha appreso dalla tv, come me, che questi eventi sismici erano legati solo a un fenomeno di dissipazione di energia. Perciò non si aspettava un evento che potesse mettere in pericolo casa sua come casa mia, perché non ci sarebbe stato un evento superiore a quello del 30 marzo”.

Secondo Enrico Tassoni, fisico, “c’è stato un cambiamento nel suo atteggiamento, trovava le nostre richieste di lasciare casa sua insistenti e ci diceva di stare tranquilli, anche con una certa boria. Quanto a me, davanti a dichiarazioni come quella di Boschi, o della Commissione in generale, sono stato proprio tranquillissmo”.

LA TRISTE STORIA DI ALESSIO: “CREDEVA AGLI ESPERTI

La seconda parte pomeridiana della quarta udienza del processo alla Grandi rischi è stata dedicata quasi per intero alla triste storia di Alessio Di Pasquale, studente di Ingegneria morto a vent’anni nel crollo dell’edificio in via Campo di Fossa.

Uno dopo l’altro sono sfilati alcuni familiari, l’amico e compagno di stanza e la ex fidanzata.

Tutte le persone che gli erano vicine hanno notato un cambiamento di atteggiamento nel ragazzo.

“Prima del 31 marzo – ha spiegato il padre, Mario – nessuno aveva preso in considerazione lo sciame, poi c’era stata la riunione della Grandi rischi e secondo lui se questi personaggi avevano detto così bisognava prenderli in considerazione. Mi sono permesso di dissentire, volevo far tornare mio figlio, ma non è che potevo legarlo”.

L’atteggiamento ottimista del giovane è stato precisato dalla fidanzata, Claudia Conti. “Parlammo – ha ricordato – e ci dicemmo che gli esperti avevano detto che non sarebbe successo niente, era giusto credere a loro perché sapevano di cosa parlavano. Anche lui aveva appreso da giornali e Internet di questa riunione. La mattina dopo abbiamo saputo gli esiti, io non stavo tranquilla perché avevo tanta tanta paura, lui mi disse che più c’erano le scosse più l’energia diminuiva”.

Secondo la Conti, “l’atteggiamento di Alessio era cambiato. Dopo il 31 – ha spiegato – quando arrivava la scossa mentre mangiava, restava seduto e continuava a mangiare. Alessio stava tranquillissimo dopo il 31, prima invece aveva tanta paura. Nei giorni precedenti lui usciva di casa”.

Quest’ultimo passaggio è andato in contrasto con la testimonianza seguente, quella del giovane Guido Mariani, compagno di stanza di Alessio, scampato miracolosamente alla morte dopo essere rimasto sepolto per tre ore sotto le macerie.

Secondo quest’ultimo, infatti, in occasione della scossa del 30 marzo sia lui che la vittima non erano usciti per paura dalla loro abitazione. La fidanzata invece aveva testimoniato di sì.

Dopo aver evidenziato il contrasto, il pm Roberta D’Avolio ha chiesto un confronto diretto tra i due per chiarire la situazione, il giudice Marco Billi lo ha accordato ma nemmeno così le versioni si sono unificate.

L’ultima a parlare davanti al microfono dell’aula C del tribunale dell’Aquila è stata la sorella di Alessio, Cristina, che ha ribadito che “per lui gli esperti avevano detto di stare tranquilli, lo disse a mio cugino durante un pranzo di famiglia”.

”MAMMA, CREDO AGLI SCIENZIATI, NON AI TUOI PRESAGI”

A chiudere un’udienza le testimonianze dei genitori di Alessio Di Simone, originario di Penne (Pescara), deceduto nel crollo della Casa dello studente.

Il padre, Roberto Di Simone, ha ricordato di aver detto al figlio “se non sei tranquillo torna, ma se lo dice la Commissione… È anche uno scrupolo che mi porto dietro, magari se avessi detto solo torna ora avrei mio figlio qui”.

La mamma Annarita Borchiesi ha ricordato di aver invitato più insistentemente il figlio a tornare a casa.

“Non disfare il trolley, non ti fermare – ha ricordato le sue parole – gli dissi dopo che era caduto un quadro. Non sono una sensitiva ma ho la sensibilità delle mamme, quello non era stato un buon presagio e mi aveva lasciato più timorosa del solito”.

Ma Alessio fu irremovibile. “Mamma – le parole della vittima riportate dalla signora – non è successo niente, anzi, si è riunita una commissione di scienziati, di esperti, ci hanno detto di stare tranquilli perché queste scosse sono di basso rilievo. Le tue sono sensazioni, qua ci sono persone che hanno studiato, credo più a loro che al quadro”.

L’UDIENZA


DUE MINUTI DI DRAQUILA VISTI IN AULA

Risolto finalmente il caso Draquila. Ancora il film di Sabina Guzzanti è stato protagonista in avvio della quarta udienza.

Dopo l’ammissione come prova, contrastata, nelle scorse settimane, questa volta si è resa necessaria addirittura la visione in aula dal computer del giudice Billi dei 2 minuti e 17 secondi di intervista della regista, Sabina Guzzanti, a Enzo Boschi, uno degli imputati di questo processo, sismologo di fama ed ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

La decisione è stata presa dal giudice Marco Billi dopo l’ennesima rimostranza dell’avvocatura di Stato, responsabile civile. In assenza dell’avvocato Carlo Sica, il sostituto, Massimo Giannuzzi, ha chiesto di vedere il film in aula.

“Questo documento – ha detto – allo stato non è accessibile a chiunque abbia interesse né è possibile farne copia o visionario presso la cancelleria. Rimane il problema di una sostanziale lesione del diritto di difesa. Quantomeno chiedo di visionare in aula la parte che è stata ammessa, altrimenti verrà eccepita fin d’ora la nullità di tutti gli atti successivi”.

Billi alla fine ha disposto la visione, pur facendo notare che “a me risulta che non ci sia stata richiesta in cancelleria di vedere il film”.

POLEMICHE E BATTIBECCHI SULLE TESTIMONIANZE

Altro tema di discussione e anche di polemica, le “chiacchiere” tra testimoni già sentiti e da sentire, vietate dal codice, che, sempre secondo l’avvocato Giannuzzi, “ci sarebbero state” nel corso della scorsa udienza.

Il pubblico ministero Fabio Picuti ha chiesto di circostanziare su questo aspetto “facendo nomi e cognomi, mica posso replicare su un ‘mi si dice’?”. Sul tema dei testimoni e di quello che succede fuori dall’aula durante le udienze c’è stato un battibecco tra l’avvocato di parte civile Maria Teresa di Rocco e Marcello Melandri, che assiste Boschi.

GLI IMPUTATI

Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.

I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose.

Sabato scorso sono stati ascoltati l’ispettore superiore di polizia giudiziaria Lorenzo Cavallo, l’anatomo-patologo Giuseppe Calvisi, che ha constatato la morte di circa 250 delle 309 vittime, e i familiari delle persone decedute a seguito del sisma: Franca Giallonardo, Linda Giugno e Massimo Cinque.