L’AQUILA – Enrico Macioci, 36 anni, aquilano, una moglie e un figlio di qualche anno, insegna italiano e storia e scrive da quando era bambino.
TERREMOTO: ENRICO MACIOCI E LA ”DISSOLUZIONE FAMILIARE”
di Annalisa Casciani
“Ho cominciato con la lirica, poi sono venuti i racconti, la narrativa”, Macioci ha parlato ad AbruzzoWeb della sua storia di scrittore e soprattutto di scrittore aquilano, raccontando in anteprima la pubblicazione del suo nuovo romanzo La dissoluzione familiare che uscirà a metà febbraio 2012, corredato da 60 illustrazioni di Maurizio Rosenzweig.
“Il libro sarà imponente – ha detto Macioci – nel formato e nel numero delle pagine, 600 circa. È un libro molto particolare, ma chissà forse questo potrebbe attrarre i lettori?”.
Oltre a fare lo scrittore Enrico è anche un acuto critico, sguardo attento al panorama della letteratura italiana e internazionale, suoi articoli sono usciti su Nazione Indiana e altre riviste online.
All’Aquila è conosciuto per il libro Terremoto, scritto a pochi mesi dal sisma del 2009, ma Macioci ha pubblicato poesie e racconti brevi su molte riviste letterarie cartacee e in rete, dimostrando una grande vitalità e produttività.
Ha visto e vissuto il terremoto, la paura di quei momenti. Poi ha scritto un libro, pubblicato online in Vibresse, con il titolo I racconti del Terremoto, in seguito stampato dall’editore Terre di Mezzo con il titolo Terremoto. Sono storie agili e piene di persone, sentimenti, momenti del sisma, ma non c’è malinconia, paura. Sembra come se lei riuscisse a nascondere se stesso dietro ai suoi personaggi, ci riesce benissimo. Come ha fatto?
Il tema era molto importante, era una responsabilità per uno scrittore affrontare il terremoto. Ho cercato di raggiungere la massima igiene nella narrazione. Prima di mettermi a scrivere mi sono riletto i Quarantanove racconti di Ernest Hemingway. Sono un magistero, un manuale per lo stile pulito e asciutto. Il mio intento era proprio questo: creare qualcosa di pulito.
Così ha scritto i suoi dieci racconti…
Sì, era passato troppo poco tempo per scrivere un romanzo. Ho spezzettato il trauma, l’ho scisso in dieci storie diverse. Sono stati dieci da subito, non uno di più non uno di meno. Lì ho scritti in un mese, tra giugno e luglio del 2009, e sono stati pubblicati nell’ordine in cui li avevo scritti.
Comunque dietro ai personaggi c’è sicuramente lei, la sua esperienza del terremoto, anche se è stato molto bravo a distaccarsi dalla materia. Ci racconti qualcosa del libro.
Ho elaborato la tragedia, ma non ho voluto fare un diario in prima persona, il racconto mi ha permesso di essere distaccato. Poi, chi legge può notarlo subito, non c’è nessun nome, uso genericamente “uomo”, “bambina”, “vecchio”, invece ho messo i nomi dei luoghi.
Dell’Aquila…
Sì, perché la protagonista è la città. Parlo di tutti luoghi “mitici” dell’aquilanità: il cinema Rex, il vicolo, le 99 cannelle, il Forte spagnolo.
Anche nel suo prossimo libro, La dissoluzione familiare, si parla del terremoto. Ma qui non c’è sintesi, lei parla lungamente. Cosa è cambiato?
I due libri sono opposti. Per stile e dimensione. L’unica cosa che li unisce, il fil rouge, è il terremoto. In La dissoluzione familiare il terremoto è lo spunto per tante altre cose. Il pretesto, innanzitutto, per parlare di un intero mondo terremotato, non soltanto L’Aquila, ma una realtà che non funziona bene sotto tutti i punti di vista: politicamente, economicamente e antropologicamente.
La dissoluzione familiare, perché un titolo del genere per un libro che ha un respiro tematico così ampio?
Subito dopo il terremoto, sono stato per diversi mesi da alcuni parenti. I legami sono stati messi a dura prova dalla convivenza coatta. Il terremoto non è stato soltanto materiale, ma soprattutto emotivo, un terremoto che ci ha colpiti nelle nostre “tubature mentali”.
Ancora oggi c’è la convivenza forzata. La possibilità di aggregare i nuclei familiari ha spinto molti ad allargare la famiglia, per paura di non avere un alloggio provvisorio. Questo cosa può comportare secondo lei?
È importante avere uno spazio intimo e personale. Quando ci si sposa, si sente questa esigenza. Anche se c’è affetto e se si sta con i propri parenti, vivere senza spazi personali crea forti contrasti.
Quindi il suo nuovo romanzo parla di famiglia, politica, economia, società. A differenza dell’altro ci sono nomi, tantissimi nomi, ma molto particolari. Deformati, grotteschi, che alludono a vizi, stati d’animo, come il mondo in cui si muovono i personaggi. L’intento del libro è comico, oltre che ironico?
Il romanzo è molto comico, continua a farmi ridere ogni volta che lo rileggo, ma è un riso amaro perché comunque ci si rende conto che si parla di problemi reali. Terremoto era composto e ordinato, questo invece è terremotato sin dai nomi. Tutto è dissestato. Si parla di un terremoto più vasto di quello dell’Aquila.
Si spieghi meglio.
È l’intero mondo occidentale, si parla della “Città”, in senso generale, della “Grande Scossa”, sono nomi grotteschi amplificati, di un mondo dove il Governo è inetto e non funziona praticamente nulla. Alla fine però c’è una speranza, l’idea di una rinascita, che ci possa essere una nuova umanità, nei personaggi prima, ma anche nella politica e nella società.
La dissoluzione familiare è un libro particolarissimo. Ha note a piè pagina elaboratissime, lunghissime, che appaiono come un pararomanzo. Una narrazione verticale accanto a quella orizzontale del testo. Qualcuno, che l’ha letto, ha parlato d’ipertestualità, un’idea di fabula senza fine che potrebbe espandersi all’infinito. Questo è l’intento sperimentalista del romanzo?
Lo spunto per scriverlo mi è venuto dal libro Infinite Jest, “scherzo infinito”, di David Foster Wallace, un romanzo estremamente lungo, scritto una decina di anni fa, che a me piace tantissimo. La struttura è molto simile, lì però le note sono alla fine del romanzo, quindi se non si vogliono leggere si possono benissimo ignorare. Le mie invece sono un intralcio nella narrazione. Non si possono evitare. Non chiarisco mai se l’autore delle note sia lo stesso del romanzo, l’ambiguità non viene mai risolta. Le note sono un commento del testo: dire tutto fino nei più piccoli dettagli.
Ma così non si rischia di perdersi un po’. Di non riuscire a trovare il bandolo della matassa? Tipo le descrizioni di Gadda che lo portano in vicoli ciechi da cui spesso esce in maniera rocambolesca e non sempre convincente? Ha dovuto imporre una conclusione, dire adesso basta?
Foster Wallace scrive un romanzo che è un loop, ossia la lettura è circolare, si parte dalla A e si torna alla A. La mia narrazione invece va verso una foce obbligata. Le note rallentano la fabula, questo sì, servono a ritardare la conclusione, ma comunque una fine c’è. Il mio romanzo va da una A a una Z. In questo rispetta la tradizione, è una narrazione conclusa.
Una domanda difficile, ma obbligatoria. Nell’Italia di oggi la letteratura può essere soltanto una pratica di commento, post eventi, oppure può ancora ritagliarsi un margine di militanza: agire sulle coscienze per condizionare le azioni? E in questo caso, potrebbe raggiungere il grande pubblico o resterebbe di nicchia?
La letteratura in Italia purtroppo è troppo autoreferenziale, anche autori molto bravi parlano troppo si sé. Servirebbe altro, una letteratura che possa intervenire sulle coscienze e risvegliare il paese dal torpore culturale in cui versa e non soltanto culturale. Questa purtroppo è l’epoca dei mass media che strozzano un po’ tutta l’informazione e per la narrativa è difficile ritagliarsi uno spazio tutto suo. L’attenzione è tutta per la cronaca , le guerre.
La soluzione?
Forse la poesia, anche se in Italia si pubblicano tantissimi poeti e poi non c’è nessuno che se li va a leggere. La poesia potrebbe raggiungere le coscienze, turbare gli animi. Ha sempre avuto uno sguardo più visionario. Il vero problema è che tra gli scrittori italiani c’è poca immaginazione. L’immaginazione è tutto per un buon narratore, anche più della bravura stilistica. I temi vanno rinnovati, le trame. Io in La dissoluzione familiare ho creato tutto un mondo, dipinto decine e decine di personaggi. Ci vorrebbe una visione originale e nuova. Più immaginazione, questa la chiave!
Un ultimo sguardo alla sua città, in Nazione Indiana ha pubblicato un articolo che s’intitola “Cos’è L’Aquila oggi”, in quella sede affronta temi d’attualità molto scottanti: la periferia piena di baracche, la disinformazione, la distorsione della sofferenza, la mancanza di un centro storico. Ci riassume cos’è L’Aquila post-sisma? L’Aquila città di periferia?
All’Aquila tutti, anche chi non se ne accorge in maniera cosciente, subiscono i problemi che il terremoto ha causato. La mancanza del centro, per esempio, una città a ciambella con un enorme buco nero nel mezzo. Questa è una cosa che fa male all’animo, si parla di un aumento della depressione, dell’ansia e addirittura dei tumori. Tutto si è spostato in una periferia che è caotica, che aliena la gente. L’Aquila ha tantissimi problemi post-sisma.
Si parla di “ricostruzione culturale” come via privilegiata per la ripresa, ancor prima di una “ricostruzione materiale”. In una città dove la bellezza architettonica è sommersa da tonnellate di ferro, dove i ragazzi vivono nei centri commerciali, nella disarmonia della periferia come dice lei. La letteratura, l’arte, la musica possono essere le ancore di salvezza delle nuove generazioni? Anche perché lei è un insegnante…
Assolutamente sì. La cultura può aiutare i giovani. La letteratura, la musica, il teatro sono delle evasioni, possono in parte supplire alla mancanza di un centro. Il bello fa bene all’anima, insomma. Al contrario i centri commerciali sono il simbolo dell’omologazione, dell’alienazione e dall’appiattimento culturale.
Nell’introduzione a Terremoto scrive, parlando dell’Aquila, “quasi tutti […] la amano e la odiano al medesimo tempo. La amano perché L’Aquila è una culla sospesa fra i monti, isolata, fiera, diversa; e la odiano per gli stessi motivi”. Secondo lei dopo il terremoto è rimasto soltanto l’odio? I giovani andranno via e non torneranno più?
Se la situazione resta così temo proprio di sì. Per me L’Aquila è come un malato grave che non si sa se vivrà o morirà. Entrambe le cose sono possibili. La condizione dell’Aquila disincentiva l’entusiasmo, ci sono meno studenti, meno giovani, e di conseguenza meno voglia di fare, meno vitalità e creatività.
E lei? Ha un bambino piccolo, cosa pensa di fare, resterà all’Aquila o andrà via, per farlo crescere con altre prospettive?
Non lo so. Mi piacerebbe rispondere. Non so con certezza se voglio vivere qui. E ancor più grave, non so se non la lascio perché voglio restare o soltanto per paura di dover ricominciare tutto da un’altra parte. Rimando la scelta.
Intanto...
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