L’AQUILA – Parlare della nuova versione dell’Aquila non è mai facile, specie se non si dispone di numeri o statistiche a cui aggrapparsi per avvalorare o smontare una tesi.

Una cosa, però, va detta e non è una frase buttata lì tanto per riempire uno spazio: L’Aquila non è più come l’hanno vissuta gli aquilani, in ogni sua sfaccettatura, fino al 6 aprile 2009.

Di cosa parliamo? Di furti, di alcol e droga su larga scala, di violenza più facile, di disoccupazione (ma la ricostruzione non dovrebbe portar lavoro?), di una generale insicurezza che ha preso piede tra gli aquilani, in un mix di infezioni da globalizzazione, qualcosa che arriva da molto lontano, e guai da terremoto. Perché il terremoto è uno shock, non ci si può fare nulla.

E nelle situazioni così si perde la bussola, gli anticorpi diminuiscono di colpo, ci si ritrova catapultati in un mondo che pretende, dall’oggi al domani, delle armi psico-fisiche di cui nessuno in realtà disponeva perché si era abituati, per anni, a una realtà profondamente diversa.

Se, per esempio, viene chiesta una fotografia della città e degli aquilani ai commercianti, quelli che hanno fatto la storia del centro storico oggi distrutto e che, sempre oggi, sono al centro commerciale l’Aquilone, il luogo più frequentato all’Aquila da quando il terremoto ha deciso di spezzare il capoluogo per l’ennesima volta, salta fuori un’analisi non specialistica, per quelle servono, appunto, gli specialisti, ma ricca di spunti per chi volesse dare un’occhiata precisa allo stato di salute della città e dei suoi abitanti. (r.s.)