L’AQUILA – Che la ricostruzione fosse una impresa non facile all’Aquila e nei comuni del “cratere” sismico era cosa nota a tutti.

Ma che a quattro anni dalla tragica scossa del 6 aprile 2009 che ha sconvolto il capoluogo di regione e il suo circondario, seminando morte e distruzione, la ricostruzione infrastrutturale, soprattutto dei centri storici, e sociale fosse bloccata per la mancanza di fondi e di una governance all’altezza del compito in un quadro di caos e confusione, in pochi l’avrebbero immaginato.

Alla vigilia delle commemorazioni per il tragico evento che ha provocato la morte di 309 persone, all’Aquila il quarto anniversario del terremoto è vissuto in un clima di grande dolore, di drammatico ricordo, ma anche di rabbia: anzi, per molti cittadini e anche per alcune istituzioni, la ricorrenza è il prologo alla protesta, dura, anche con azioni clamorose.

Come quella annunciata dal sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, che parla di città condannata a morte senza risorse immediate. E insieme a un appello al Parlamento in cui chiede di pensare agli abruzzesi, minaccia di togliere la bandiera tricolore e di mandare via il prefetto.

CIALENTE: “FONDI O VIA DALL’ITALIA”

“Se non arriveranno subito i fondi necessari in modo tale da permetterci per il 2015 la ricostruzione di una parte del centro storico – tuona – l’Italia avrà condannato a morte L’Aquila e credo che gli aquilani si muoveranno per non far più parte dell’Italia. La prima cosa che chiederò è che si tolga il tricolore e che vada via il prefetto, come dire ci lasciassero morire in pace”.

Per Cialente, “viviamo l’anniversario più difficile perché coincide con l’assoluto crollo della speranza”.

All’Aquila e nel circondario sono migliaia le persone ancora fuori dalle abitazioni, tra cui alcuni ancora negli alberghi, e sono migliaia i progetti fermi nella filiera autorizzativa per mancanza di fondi.

PEZZOPANE: “DEBOLI DIMENTICATI”

Dopo quattro anni non è stata varata una iniziativa sociale a sostegno dei più deboli, a partire dagli anziani. Come hanno sottolineato in numerosi, a partire dalla neo senatrice del Partito democratico Stefania Pezzopane, L’Aquila si è sentita abbandonata dallo Stato e dopo quattro anni c’è il rischio, concreto, di uno spopolamento causato dalla fine di ogni speranza.

Ieri nell’aula del Senato, su proposta della Pezzopane, è stato osservato un minuto di silenzio così commentato dall’esponente politico: “l’impegno dello Stato in alcuni momenti è mancato e ancora oggi la città si sente spaesata e sola. Per me che parlo in questa Aula per la prima volta l’emozione è molto forte e vi chiedo di starci vicini. L’Aquila è una grande questione nazionale”.

CHIODI: “GOVERNO MONTI DOVEVA FARE DI PIÙ”

Per il presidente della Giunta regionale, Gianni Chiodi, ex commissario per la ricostruzione, “fa piacere il minuto di silenzio che il Senato ha tributato al terremoto dell’Abruzzo, ma dalle istituzioni nazionali ci aspettiamo anche gesti concreti, in particolare dal governo Monti, che a un anno e mezzo dal suo insediamento ancora non ha stanziato un euro per i cittadini d’Abruzzo, Monti prenda coraggio e lasci un segno concreto, stanziando il miliardo di euro”.

Alla ricostruzione “tutto compreso in nove anni servono circa sette miliardi e mezzo – spiega Cialente – Vivere all’Aquila è troppo difficile, posso chiedere alla gente il sacrificio di crederci e di avere fiducia, solo se possiamo vedere parte del centro storico e delle frazioni ricostruite entro il 2015, se invece dirò che si finirà per il 2024 tutti andranno via e L’Aquila nel 2018 farà 35-40mila abitanti. Già sono andati via 3.500 cittadini nell’ultimo anno”.

LE INCHIESTE SUI CROLLI

I giudici dell’Aquila corrono più veloci della ricostruzione. Sono molti ormai i filoni arrivati al traguardo del processo di primo grado nell’ambito della maxi inchiesta sui crolli della procura della Repubblica, avviata dallo scomparso procuratore Alfredo Rossini, oggi sostituito da Fausto Cardella, che all’inizio contava oltre 200 procedimenti.

GRANDI RISCHI

La madre di tutte le sentenze è quella sulla commissione Grandi rischi, organo scientifico consultivo di palazzo Chigi che si riunì all’Aquila il 31 marzo 2009, a cinque giorni dalla scossa distruttiva, per il giudice Marco Billi “ignorando il rischio sismico e rassicurando gli aquilani”.

I sette imputati, tra cui sismologi ed esperti della Protezione civile, sono stati condannati a 6 anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni colpose in quello che molti giornali d’Europa hanno definito “processo alla scienza per non aver previsto il sisma”, una tesi smentita e corretta dal giudice nelle sue 1.000 pagine di motivazioni.

CASA DELLO STUDENTE

Un altro processo cardine è stato quello per il crollo della Casa dello studente in via XX settembre, uno dei simboli del terremoto, dove morirono otto giovani. In questo caso, tre tecnici sono stati condannati a 4 anni, uno a 2 anni e mezzo con quattro tecnici e amministrativi assolti, oltre a due non luogo a procedere. In questo processo ci sono voluti oltre due anni e mezzo, perché il dibattimento ha subito stop e ricorsi e ha rischiato anche di essere cancellato.

GLI ALTRI PROCESSI E I DRAMMI PERSONALI

Altro filone andato a sentenza è quello del crollo del Convitto nazionale, dove sono morti tre minorenni: la condanna a 4 anni di reclusione per omicidio colposo plurimo per il direttore del Convitto nazionale, e un’assoluzione, è stato l’epilogo.

Ci sono poi i singoli filoni per il crollo di palazzine dove sono rimasti uccisi tanti aquilani, che offrono storie terribili. Nel crollo della palazzina in via generale Francesco Rossi, il condannato Diego De Angelis, colpevole di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose gravi, ha perso la figlia Jenny, morta assieme ad altre 16 persone.

In via Sturzo, 27 vittime, una condanna del progettista 90enne dell’edificio crollato, il noto chirurgo Vincenzo Vittorini, diventato dopo consigliere comunale, ha perso la moglie e la figlia.

I NUMERI DEL SISMA

Alle 3.32 del 6 aprile 2009 una scossa di magnitudo 6.3, avvenuta a una profondità di 8,8 chilometri e con epicentro tra L’Aquila, Tornimparte e Lucoli, provocò all’Aquila e nel circondario migliaia di crolli che causarono la morte di 309 persone e il ferimento di altre 1.600.

Gli sfollati nell’immediato furono 70 mila. Di questi, 35 mila furono accolti in tenda e 30 mila in hotel e case private.

L’Aquila era già stata devastata da un terremoto analogo nel 1703. La scossa del 2009 ha prodotto 4 milioni di tonnellate di macerie. Furono 23 mila gli edifici privati con danni gravi e undicimila quelli con danni di media entità; 470 gli edifici pubblici gravemente danneggiati e 550 quelli classificati come “medi”; mille gli edifici culturali con danni gravi e 842 quelli con danni medi.

In tutta l’area dei comuni del “cratere” furono riscontrati danni enormi: le verifiche successive al sisma riscontrarono 753 edifici danneggiati in provincia dell’Aquila e 390 nei comuni delle altre province.

Ingenti i danni anche al patrimonio culturale e architettonico tra cui 1.053 chiese e 501 palazzi nel centro storico del capoluogo abruzzese. Le risorse finanziarie stanziate per gli interventi post-terremoto come rilevò la relazione “La ricostruzione dei comuni del cratere Aquilano” del ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, sono pari a circa 10,6 miliardi, di cui 2,9 relativi all’emergenza e 7,7 per la ricostruzione.

Risultano ancora da utilizzare 2,245 miliardi.

Attualmente la popolazione assistita dallo Stato ammonta a oltre 22 mila persone di cui circa 12 mila nel progetto C.a.s.e. antisismiche, e quasi 2.700 nei Moduli abitativi provvisori (Map). A questi si aggiungono quasi 6.700 con contributo di autonoma sistemazione.

Negli alberghi in Abruzzo restano poco più di 140 persone.