VILLETTA BARREA – “Terre”, questo il seplice ma dall’infinito significato, titolo della mostra che si terrà dal 2 al 30 agosto a Villett Barrea, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Ad esporre gli artisti Alessandro Antonucci, Marco De Angelis e Barbara Sansonetti. All’inaugurazione si esibirà il gruppo Incanto. 

A seguire il testo di presentazione di Maria Pia Graziano, curatrice della mostra. 

Le Terre, a cui fa riferimento la Mostra 2020 di Villetta Barrea, composte dal paesaggio dai colori sfumati di Marco De Angelis quando ritrae cieli, boschi e uccelli, o da quello luminoso e appagante di Barbara Sansonetti in cui esprime quasi un inno alla Natura, o ancora da quello che emerge con potenza nelle terrecotte di Alessandro Antonucci, rivelandoci l’anima nascosta delle piante, sono terre considerate solo nella loro fisicità??? Sono certamente le terre chiamate dalla Genesi “l’asciutto” (“Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e quindi appaia l’asciutto. E Dio chiamò l’asciutto terre, e chiamò la raccolta delle acque mari … e fu il terzo giorno” – Genesi, I, 9-13).

E quindi le terre, evocate nella Mostra sono quelle destinate all’agricoltura, al pascolo degli animali domestici e selvatici, ai boschi, alle foreste. Sono le terre delle acque dolci come quelle dei fiumi, laghi, paludi, nevi perenni e ghiacciai, ma anche quelle del sottosuolo come falde acquifere e giacimenti minerari e quelle che si ritengono erroneamente sterili come sabbie, deserti, rocce e spiagge, grotte e cave dismesse. In una parola sono le terre fonte della nostra vita e vita esse stesse.

Ma la suggestione che possiamo trarre dai quadri di Marco De Angelis sta nel sentimento di nostalgia e nello stesso tempo di desiderio di qualcos’altro che provoca in noi, al di là delle forme evidenziate. Il suo interesse principale è lo studio e l’esperienza del limite: partendo dal tratto stilistico di tipo tonale (nel senso di condensazioni successive di colori e di segni, ma anche di tecniche differenti sovrapposte), giunge alla scomposizione-trasformazione dell’oggetto rappresentato, con un effetto di “sfaldamento” della linea di confine, del margine segnato e definito dalla matita e la fuoriuscita del colore, all’esterno, in quella zona intermedia tra gli oggetti: zona di nessuno, di passaggi e di contaminazioni.

Per il pittore il Paesaggio è inteso come passaggio, spazio e tempo in cui accadono cose: siamo nella terra di mezzo, luogo di confine, di approdi e derive, in una dimensione sospesa tra il sogno ed il reale. Le immagini ricche di poesia di Barbara Sansonetti ci accolgono con dolcezza, suggerendoci di sostare nei suoi prati, nei pressi dei suoi alberi e dismettere i nostri pensieri legati alla quotidianità, abbandonandoci con fiducia ad una Natura materna e protettiva.

I dieci anni dell’infanzia dell’artista vissuta nel folto della foresta vergine della Costa Rica, hanno segnato profondamente la sua espressione artistica: dai bassorilievi scolpiti nel cirmolo e presenti in tutti i Centri Visita del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise alle illustrazioni di animali a matita, dagli acquarelli, alle ceramiche che uniscono i colori della Natura e gli usi della tradizione, così come dai dipinti in acrilico e dai racconti illustrati traspare l’amore e il rispetto per la Natura; e tutti i suoi lavori diventano un inno alla Madre Terra.

L’arte di Alessandro Antonucci ci rivela la potenza del mondo vegetale e le regole di convivenza e di progresso alla base della vita delle piante, a garanzia di un futuro che noi umani non riusciamo proprio a garantirci. Si può sintetizzare il lavoro dell’artista dicendo che opera nella natura, con la natura. Su basi geologiche e biologiche, infatti, riflette e studia la complessità della vita, osservando la terra, le piante e i fenomeni fisici che sono all’origine della biologia terrestre. Ne derivano paesaggi e terrecotte quali espressione intima dei luoghi e delle piante, che svelano i loro “segreti”, facendosi portavoce di mondi a noi sconosciuti. L’artista propone un’operazione dove l’opera d’arte, svincolata dal dato rappresentativo, è essa stessa un “frammento di natura”, definendosi come universo fisico dove il piccolo ed il grande si pongono in perfetta simbiosi.

L’insegnamento dei tre artisti, quindi, pur nelle caratteristiche delle diverse modalità d’intendere le loro Terre, accende comunemente in noi una ulteriore vivida luce, perché ci fa entrare tutti nelle ”Terre–beni comuni” come un monito efficace nel dare risposta ai bisogni essenziali delle persone: ai diritti della tutela del paesaggio, del cibo sano, della salute, dell’ambiente salubre, non contaminato, del lavoro nei campi e nelle aree rurali, di un confronto e scambio armonico fra culture e territori diversi.

Rappresenta un’opportunità straordinaria di valorizzazione dell’arte&natura per immaginare nuove modalità di futuro, di un futuro alternativo all’Antropocene, attraverso una convivenza equilibrata fra tutti gli esseri viventi. Anche quest’anno come in tutte le Mostre che si sono succedute negli ultimi anni a Palazzo Dorotea nella cornice di “Futuro Remoto”, a caratterizzare il profilo delle diverse manifestazioni emerge sullo sfondo la Chimera Sannita (animale fantastico inciso nel disco corazza a protezione del cuore, trovato nelle necropoli sannitiche, e raffigurato con due facce, una per guardare al passato, riconoscendo i valori identitari del territorio e un’altra faccia protesa verso il futuro per individuare gli elementi che possono trasformare, innovare, valorizzare l’esistente).

Personalmente sono molto grata ai tre artisti per l’itinerario che propongono ai visitatori dell’anno 2020, nella convinzione che sarà proprio “la chimera” evocata dalle loro opere a costituire il volano dello sviluppo ambientale, culturale, sociale, economico delle “nostre Terre”.