TERAMO – “Teramo mai come ora deve lottare per far valere le sue prerogative, e non parlo solo della vergognosa sentenza che che ci ha scippato la serie B conquistata sul campo, a rischio ci sono la prefettura, la camera di commercio, la centralità del nostro ospedale, in una parola il futuro della nostra città”.

A parlare è il sindaco di Teramo Maurizio Brucchi, raggiunto da AbruzzoWeb mentre sta trascorrendo una settimana di ferie, dopo i terribili giorni che hanno fatto seguito alla sentenza della Corte d’Appello Federale della Figc che ha revocato il titolo di serie B conquistato dal Teramo Calcio per la presunta combine della partita Savona-Teramo del 2 maggio scorso. Il Teramo resterà in Lega pro, e a partire da -6 punti.

Non è, però, questa l’unica retrocessione che la sua città rischia di subire. Altre “partite” durissime sono da giocare fuori dai campi di calcio, questa volta contro il governo di Matteo Renzi e la sua foga accorpatrice, e i tagli alla spesa pubblica.

LA PREFETTURA

Al ritorno dalle vacanze Brucchi dovrà per prima cosa difendere con i denti la Prefettura. Nel disegno del ministro della Difesa Angelino Alfano c’è infatti il progetto di ridurre le 180 prefetture italiane ad appena 70. E tra quelle destinate a sparire c’è anche quella di Teramo, che dovrebbe essere accorpata a quella dell’Aquila.

Brucchi a Ferragosto ha preso carta e penna e ha scritto al premier oltre che allo stesso Alfano, ma ancora aspetta una risposta.

“La ritengo una decisione assurda – conferma Brucchi a questo giornale – che costringerà tanti dipendenti a viaggiare per recarsi al lavoro nel capoluogo, impoverendo la nostra città. Penso ai pendolari che dovranno partire da Martinsicuro, distante oltre 100 chilometri dall’Aquila. È grave che il governo non si degni ancora di una risposta, è grave che, a quanto pare, Pescara e Chieti manterranno le loro prefetture, un altro schiaffo che subiamo”.

Eppure nella lettera a Renzi, Brucchi aveva spiegato che “in Abruzzo ci sono 4 province di dimensione assai simile (tutte tra i 390 e i 310 mila abitanti) , divise dal Gran Sasso. Accorpare le prefetture di Chieti e Pescara non comporterebbe alcun disagio per i cittadini e per le forze dell’ordine, visto che distano l’una dall’altra non più di 10 chilometir, chiamate a vigilare la sicurezza di quella che è sostanzialmente la stessa area metropolitana. Sopprimere la prefettura di Teramo, accorpandola con l’Aquila, sita appunto sull’altro lato del Gran Sasso, significa invece arrecare un evidente disagio ai cittadini e indebolire pericolosamente il presidio delle forze dell’ordine”.

“Ho ritenuto necessario precisare queste cose – commenta oggi Brucchi – perché si ha l’impressione che queste riforme vengano scritte a tavolino da alti burocrati romani che non hanno la minima idea di come sono conformati i territori e che non tengono in considerazione le drammatiche conseguenze che scelte calate dall’altro comportano ai cittadini e alle economie locali”.

CAMERA DI COMMERCIO

Il primo cittadino teramano dovrà poi parare i colpi che arrivano da altri versanti. È prevista infatti, tanto per cominciare, la soppressione della Camera di commercio.

Lo scorso 28 agosto è entrata in vigore la legge 124 del 2015 che delega il governo al riordino degli enti camerali. Entro 12 mesi l’esecutivo dovrà adottare un decreto legislativo che riformerà l’organizzazione, le funzioni e il finanziamento della Camere di commercio. Con riduzione del numero dalle attuali 105 a non più di 60, mediante accorpamento di due o più enti camerali. E anche in questo caso, manco a dirlo, la Camera di commercio di Teramo sarà accorpata a quella dell’Aquila.

“Queste sono le intenzioni del governo – commenta – ma sarebbe una scelta che ancora una volta penalizzerà il nostro territorio, le nostre aziende, i nostri cittadini, che non possiamo accettare”.

E Brucchi rivela che c’è una trattativa in vista con il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, per far sì che, una volta tanto, l’accorpamento non penalizzi Teramo.

“Auspico che L’Aquila, se proprio non sarà possibile scongiurare l’accorpamento, sia d’accordo nel lasciare la sede centrale della Camera di commercio a Teramo, viso che il capoluogo di Regione ha già molti enti pubblici e trarrà altri vantaggi dai vari piani di riordino”, prospetta.

OSPEDALE E REPARTI

E con L’Aquila bisognerà trattare anche per una altra partita, quella si aprirà con l’imminente applicazione del decreto Lorenzin, che prevede il ridimensionamento di interi ospedali pubblici e privati, la cancellazione di specialità, per le quali sarà necessario superare precisi bacini di utenza, in molti casi superiori al milione e 300 mila abitanti dell’intero Abruzzo.

E anche sempre in base ai bacini di utenza, minimo 600 mila persone, stabilisce di fatto che in Abruzzo ci sarà posto al massimo per due ospedali di “secondo livello”, con la migliore e completa offerta di specialità, quando gli ospedali che possono ambire a esserlo sono quattro, ovvero quelli di Pescara, Teramo, Chieti e L’Aquila.

In questo angusto scacchiere, per avere un nosocomio top class nel capoluogo bisognerà ridimensionare quello di Teramo, che potrebbe essere declassato a ospedale di primo livello, di quelli che in Abruzzo potranno essere al massimo cinque o sei, sempre in base alla ferrea logica dei bacino di utenza, quando oggi ne sono 24.

A luglio è esploso uno scontro al calor bianco tra Brucchi e i consiglieri comunali dell’Aquila, che hanno approvato una risoluzione per rivendicare al capoluogo l’ospedale di secondo livello, mandando Brucchi e la politica teramana su tutte le furie.

“Se qualcuno in Regione o all’Aquila sta pensando che Teramo faccia da gregario al capoluogo abruzzese non ha capito nulla”, aveva tuonato Brucchi.

Poi però è tornato il sereno e ora si ragiona sul’ipotesi, condivisa dal collega sindaco Cialente, del sistema dell”ospedale di secondo livello diffuso”, con alcune specialistiche al Mazzini al Mazzini, altre al San Salvatore dell’Aquila. Ma la partita è ancora aperta e dall’esito incerto.

“L’ospedale di Teramo deve restare di secondo livello – conferma Brucchi – e spero davvero che Cialente non smentisca quanto ci siamo detti, dando retta a chi invece vorrebbe spogliare il nostro territorio seguendo logiche di campanile”.

Detto in altri termini: le eccellenze del nosocomio teramano, a cominciare dalla neurochirurgia e cardiochirurgia non si toccano, “o sarà guerra”, promette il sindaco di Teramo.

LA PROVINCIA E LE ALTRE

Ulteriore spoliazione in corso per Teramo, poi, è quella della Provincia, ridotta come le altre ad ente di secondo livello, senza soldi in cassa, e senza la possibilità di portare avanti i suoi compiti, come quelli di riparare le strade, fare manutenzione degli edifici scolastici, di trasportare i disabili a scuola, di smaltire le pratiche ambientali e urbanistiche.

“Anche in questo caso – si lamenta amareggiato Brucchi – paghiamo le scelte assurde di questo governo. Il nostro territorio è a rischio frane e dissesto idrogeologico, e la Provincia non può nemmeno tappare i buchi delle strade di sua competenza. I dipendenti, nostri concittadini, non percepiscono lo stipendio, e non sanno quale sarà il loro destino”.

L’incubo del sindaco, insomma, è quello di ritrovarsi, se tutte queste partite saranno perse, a dover fare il sindaco di una città umiliata e impoverite, come tante altre in Abruzzo e in Italia, costretto per di più a fare l’esattore delle tasse per un governo centrale che in cambio non manca di riservare tremende mazzate.

“Teramo, negli anni – ricorda – ha perso tanti presidi importanti che creavano ricchezza, la caserma degli alpini, poi la banca d’Italia, a rischio è anche il presidio dell’Enel, e ora come detto sono a rischio la camera di commercio, la prefettura, l’ospedale. In più la crisi morde, i sindaci hanno margini di manovra sempre più ristretti, a causa dei tagli dei trasferimenti statali e del patto di stabilità. Dobbiamo fare i salti mortali per garantire i servizi essenziali, e non abbiamo la possibilità di gestire nemmeno sodi delle tasse dei nostri cittadini. Lo stato centrale aumenta la pressione fiscale, però poi sono i sindaci a doverci mettere la faccia, e a fare gli esattori, per poi mandare buona parte del gettito a Roma”.

Ultima domanda: in questa partita non sarà che i parlamentari teramani a Roma contano ben poco, nel difendere con le unghie le prerogative del loro territorio? Brucchi preferisce glissare.

“Non siamo gli unici a subire le politiche di questo governo – risponde in conclusione – non è questione di avere o meno ‘santi in paradiso’. Piuttosto in un momento così delicato trovo grave che la Regione invece di sostenerci, sia alle prese, dopo appena un anno di legislatura, con una crisi di maggioranza, per beghe politiche tutte interne, che si sono scatenate intorno a poltrone e rimpasti di giunta”.