TERAMO – Per i prossimi sei anni l’Università di Teramo potrà contare sui buoni propositi del suo nuovo timoniere: il professor Luciano D’Amico, già preside della facoltà di Scienze della comunicazione e ordinario di Economia aziendale, è stato proclamato così rettore dell’ateneo, conquistando la piena maggioranza, ma soprattutto la stima e la fiducia dei suoi elettori.

AbruzzoWeb ha rivolto a lui qualche domanda, nella speranza di cogliere in ogni sua risposta proposte di rilancio concrete per lo sviluppo dell’intero territorio abruzzese.

Ora toccherà a lei vegliare sulle sorti dell’ateneo teramano.

Ho accolto questo risultato con soddisfazione e gioia, anche perché tutto il programma che ho in mente di portare avanti per il nostro ateneo è frutto di un grande lavoro collettivo. Mi piace persino sentirmi uno strumento marginale per la realizzazione di un programma ripensato dall’intero ateneo, secondo un principio di condivisione. È questa la parola chiave.

Si parla spesso in questi ultimi tempi di autonomia del sistema universitario.  È d’accordo?

Questo è un punto che considero importante. Ritengo che l’autonomia sia un valore, ma significa anche collaborare per potenziare le risorse. Con l’ateneo aquilano abbiamo sempre avuto ottimi rapporti: si può lavorare insieme anche se si è autonomi. Da parte mia esisterà sempre  la massima disponibilità per incoraggiare la condivisione dei progetti, sempre nel rispetto pieno di un’autonomia, che poi caratterizza ogni ateneo.

Ma nelle intenzioni è un processo avviato da tempo. Perché non ha ancora funzionato?

In verità, fino ad ora non c’è mai stata questa forma di collaborazione perché il sistema nazionale non favoriva questa autonomia, non ha premiato raccordi condivisi, semmai atteggiamenti opportunistici. La mia non è una critica rivolta a chi ha gestito finora le nostre università. Le faccio un esempio: verso la metà degli anni ’90 il sistema imponeva che gli atenei dovevano dividersi, qualora avessero superato la soglia dei 40 mila iscritti. Una logica di frammentazione che poi è degenerata. Più università ci sono meglio è, ma devono raccordarsi ed essere complementari, capaci di integrarsi nel sistema regionale e nazionale. L’autonomia non deve essere intesa come arroccamento: bisogna applicare il principio di sussidiarietà al nostro sistema regionale, alle università che possono essere complementari, in piena e totale collaborazione con gli altri

Quali sono gli investimenti reali su cui l’università dovrebbe puntare?

Il nostro grande problema come Paese è che fino a quando il nostro sistema produttivo abbandonerà il sistema ad alta tecnologia, le università saranno poco valorizzate. Siamo stati tagliati fuori da settori strategici come chimica farmaceutica, la ricerca del nucleare: questa è la verità. Certo, se dovessimo specializzarsi nella realizzazione di cappelli di paglia, le università potrebbero servire a ben poco. Bisogna ripensare il nostro ruolo, puntando in Abruzzo guardando alla specializzazione dei singoli atenei. Esiste poi un altro limite che si dovrà superare e riguarda le problematiche di natura squisitamente geografica. È necessario e presto attuare un sistema per avvicinare le risorse degli atenei alle esigenze dell’intero territorio. In questo senso la ‘parcellizzazione’ è una risorsa.

Si parla spesso di ricerca nell’ambito scientifico e tecnologico. Ma l’umanistico?

Quando parliamo di valore aggiunto ci riferiamo anche a realtà umanistiche. Un’idea potrebbe essere quella di creare un centro di produzione televisiva, cinematografica, multimediale. Penso, ad esempio, ad una struttura di raccordo con il Centro sperimentale. Ho appena lasciato l’incarico di preside della facoltà di Scienze della comunicazione. Conosco questa realtà. In questo settore in Abruzzo si potrebbe investire molto. Ci vorrebbe un rispetto delle vocazioni di ogni singolo futuro laureato; l’importante è che si discuta su quali parti sviluppare le differenti risorse e competenze universitarie, su ricerca e formazione.

Come vede questa diffusa dislocazione di sedi universitarie in tutto il territorio regionale?

Negli anni ’60 e ’70 in Europa andava di moda un modello di pianificazione urbanistica che collocava gli atenei fuori centro. Questo ha mostrato dei limiti evidentissimi. Se per Teramo noi avessimo la facoltà di scelta, non c’è dubbio che la scelta migliore per la collocazione dell’università sarebbe la città. Ma adesso non ci sono risorse per farlo. E quelle disponibili dobbiamo investirle su formazione, ricerca e servizi. Esistono delle priorità. Meglio ottimizzare l’utilizzo di un vecchio furgone che farsi belli di una Ferrari che non può correre.