TERAMO – “O si defiscalizza il settore della ristorazione, oppure si ridimensiona il fenomeno delle sagre che non hanno nulla di culturale. Il governatore Gianni Chiodi deve affrontare questa problematica in maniera decisa. Altrimenti noi ristoratori del centro storico teramano chiederemo lo stato di ‘calamità commerciale'”.
Con la consueta chiarezza Marcello Schillaci, uno dei più noti ristoratori abruzzesi, chiede un intervento delle istituzioni affinché si risolva il problema della crisi estiva dei locali, che si somma alla stagnazione già profonda dell’economia, specie nei fine settimana, che svuota i centri delle città a favore di località marittime e paesi e paesini che organizzano le sagre.
In particolare, Schillaci punta il dito contro quelle che lui, da presidente dell’Art (Associazione ristoratori teramani dentro le mura), da rappresentante della Fipe-Confcommercio e da titolare della storica ‘Cantina di Porta Romana’, luogo sacro della cucina abruzzese, una delle ‘case’ delle ‘Virtù’ teramane, definisce “sagre non significative, senza storia e tradizione, che hanno solo lo scopo di far fare soldi a chi le organizza, di racimolare denaro per le pro loco, associazioni sportive e comitati di quartiere.
Secondo Schillaci, “questo incide fortemente sui fine settimana lavorativi dei ristoratori. Ormai questi eventi portano via migliaia e migliaia di persone a chi come me lavora nella ristorazione pagando tasse e dipendenti. Le sagre non hanno i costi che ha un ristorante, sono esentasse, e questo incide anche sul prezzo finale del prodotto offerto. C’è un dislivello fiscale insopportabile”.
“Non stiamo chiedendo la chiusura delle sagre, o gli agriturismi sui quali ci sarebbe molto da dire – chiarisce il ristoratore – ma un’equità fiscale tra ristoranti e sagre, da un periodo che va da maggio a settembre. Le sagre, però, avevano l’obiettivo di legare i piatti tipici al territorio. Oggi tutto questo è scomparso, nelle sagre si trova di tutto, dalle patatine alle birre. La grande sagra non ha più senso se le cose stanno così. Pensiamo alla sagre storiche e di livello nazionale come quella della porchetta di Campli, o del prosciutto a Basciano, o del baccalà a Sant’Omero. Oggi anche le traverse di qualsiasi paese o città fanno le sagra, non capisco dove sta lo spunto culturale-gastronimico”.
La polemica su questa problematica non è nuova e sul fronte politico si conosce da tempo.
“Eventi di questa portata che coinvolgono migliaia di persone diventa anche un problema politico e il politico tende ad ‘ammorbidirle’ – conclude Schillaci – però è anche vero che il politico deve avere il coraggio di affrontarlo. C’è un’intera categoria che paga le tasse tutto l’anno e che vede svilire il lavoro a causa di un fenomeno incontrollabile. La Regione ci ha assicurato più controlli, ma Chiodi deve essere più decisivo”.




