L’AQUILA – La cremazione riguarda oramai in Italia il 30% dei soggetti deceduti, e si registra un costante aumento. Gli impianti di piccola taglia determinano un inquinamento e impatto ambientale parificabile alle emissioni di qualche auto di passaggio, e sono previsti rigorosi controlli. Eppure in Abruzzo non esiste un tempio crematorio, e le famiglie devono andare con costi molto sostanziosi in quelli di altre regioni limitrofe, come Marche, Molise e Campania. E finora in Abruzzo i progetti avviati hanno trovato sempre enormi resistenze da parte di comitati cittadini ed anche dalla politica locale, nel nome del “no in my backyard”, ovvero ovunque ma non qui, nel mio giardino, prefigurando devastazioni ambientali.
Eppure la legge 130 del 2001 prevede che ci sia almeno un tempio crematorio per ogni regione, di solito in bacini di 500mila persone e con 5mila decessi l’anno in media, tenuto conto che un tempio crematorio per essere produttivo dove effettuare non meno di 1.200 cremazioni l’anno, più o meno due al giorno.
A fine dicembre dunque la Regione Abruzzo ha finalmente approvato il “Piano regionale di coordinamento per il rilascio delle autorizzazioni regionali alla realizzazione dei crematori da parte dei Comuni”, redatto dal servizio Prevenzione Sanitaria-Medicina Territoriale. Un passaggio decisivo previsto dalla legge regionale “Disciplina in materia funeraria e di polizia mortuaria”, approvata nel 2012 e poi modificata nel 2021.
Calare a terra questo piano non sarà però facile, per le resistenze che fin qui si sono registrate
Emblematico il caso di San Demetrio ne vestini dove nel 2017 un forno crematorio doveva sorgere nel cimitero cittadino con un project financing presentato dalle società piemontesi Altair ed Edilver, ma all’esito di una consultazione popolare, ha vinto nettamente il “No” al grido di “Il forno solo per la festa del pane e del grano, no al tempio crematorio”. Commentò l’allora sindaco Silvano Cappelli: “Con la mancata realizzazione del tempio crematorio abbiamo perso l’occasione di ampliare a costo zero il nostro cimitero, abbiamo perso 100 mila euro di royalty all’anno, tanto per cominciare, e poi posti di lavoro per i nostri disoccupati, la possibilità di offrire un servizio in un settore strategico in grande crescita”.
Lo stesso accade in questi giorni a Scurcola Marsicana, sempre in provincia dell’Aquila, dove la giunta comunale ha ritirato una delibera con la quale si apriva la strada alla realizzazione di un tempio crematorio nella frazione di Cappelle dei Marsi, non lontano dal confine con Avezzano. Un dietrofront imposto per la contrarietà di cinque consiglieri di maggioranza e del Comitato no insalubrità nella Marsica. E anche qui il sindaco Nicola De Simone ha commentato amareggiato: “Sarebbe stata una manna dal cielo per le casse del Comune. I consiglieri comunali e il Comitato ci hanno detto di fare un passo indietro e noi l’abbiamo fatto. Peccato, perché sarebbe stato un impianto di nostra proprietà che avrebbe inquinato meno di un’auto diesel”.
Simili scenari, con proposte e iter avviati e poi affossati e ritirati si sono verificati ad Avezzano e San Salvo, e dunque se questo è il clima, il piano regionale rischia di diventare un calvario.
Come si legge nel documento, nelle regioni italiane che hanno elaborato il Piano di coordinamento per la realizzazione dei crematori, sono stati seguiti criteri diversi per definire la numerosità degli impianti: in alcuni casi è previsto un impianto ogni 450 – 500.000 abitanti, in altri un impianto per una popolazione residente di 500.000 abitanti e un numero di decessi l’anno pari a 5.000. Nella valutazione del fabbisogno di impianti bisogna considerare anche il ricorso alla cremazione di resti mortali derivanti da operazioni di esumazione e di estumulazione allo scadere delle concessioni.
Un altro parametro che deve essere considerato è quello del numero di cremazioni effettuate in un impianto: affinché sia efficiente, in termini tecnici ed economici, un impianto deve fare almeno 1.200 cremazioni ogni anno.
In Abruzzo, si legge poi nel documento, “la scelta crematoria riguarda il 10% dei decessi e, considerando l’andamento della scelta crematoria in Italia e nelle altre regioni, si può ipotizzare un incremento nei prossimi anni. si può stimare in prima applicazione un fabbisogno di almeno 3 impianti, aventi preferenzialmente una distribuzione provinciale”.
Ma si precisa: “un numero superiore di impianti di taglia medio bassa può determinare la riduzione degli impatti legati alle emissioni in atmosfera e degli impatti legati al trasporto, rispetto ad impianti di taglia maggiore”.
Capitolo importante è quello riguardante gli “inquinanti tipici di processo”.
Le principali emissioni generate dalla cremazione sono costituite da ossidi di azoto, monossido di carbonio, biossido di zolfo, particolato, mercurio, composti organici volatili, altri metalli pesanti e alcuni composti organici persistenti (POPs), come diossine e furanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB e PCB dioxin like).
I flussi di massa in emissione. viene spiegato, “dipendono dai criteri adottati in fase di progettazione del forno, dalla temperatura di combustione, dai tempi di residenza e dai sistemi di controllo installati.
Entrando nel dettaglio: “il particolato si origina dal feretro ed è composto da ceneri e materiale incombusto. I composti organici incombusti devono essere ossidati nel post combustore e minimizzati attraverso un corretto processo di combustione. Il monossido di carbonio deriva dalla combustione incompleta e può essere ridotto ottimizzando il processo di combustione e post combustione. Il biossido di zolfo è prodotto in larga misura dall’ossidazione del combustibile ausiliario; l’utilizzo di gas naturale minimizza le emissioni di tale inquinante, che invece può essere prodotto nel caso di utilizzo di altri combustibili. Gli ossidi di azoto si formano per effetto dell’alta temperatura del processo di combustione, ed in particolare della reazione dell’azoto dell’aria con l’ossigeno. Il controllo delle emissioni di ossidi di azoto può essere ottenuto mediante il controllo della temperatura e un idoneo progetto dei bruciatori (Bruciatori lowNOx)”.
E ancora: “le emissioni di mercurio si originano dalle otturazioni dentali, che possono contenere da 5 a 10 grammi di mercurio. Questo inquinante può essere rimosso attraverso l’utilizzo di carbone attivo e filtri a maniche. L’utilizzo sempre più frequente di altri materiali per le otturazioni dentali ridurrà le emissioni di mercurio dalla cremazione”.
Infine: “i composti organici volatili (VOCs) sono prodotti dalla combustione incompleta o non efficiente degli idrocarburi contenuti nel combustibile e nel feretro. Tali inquinanti possono essere ridotti attraverso una combustione efficiente e l’utilizzo di idonei sistemi di abbattimento.
Diossine e furani derivano dalla combustione della cellulosa del legno e di plastiche clorurate. Le emissioni di tali inquinanti possono essere ridotte evitando l’utilizzo di plastiche clorurate e attraverso lo stazionamento dei gas combusti per almeno due secondi ad alta temperatura nel post combustore. Si può evitare che le diossine e i furani si riformino attraverso un raffreddamento rapido dei gas combusti”.
Ma, si assicura nello studio, ci sono tutte le tecnologie per minimizzare l’emissione degli inquinanti, ben al di sotto dei limiti di legge.
La maggior parte degli inquinanti, infatti, “può essere eliminata attraverso una combustione efficace ed un adeguato tempo di residenza ad almeno 850°C nel post combustore. Mentre i metalli pesanti possono essere rimossi tramite filtri a maniche, sebbene il mercurio necessiti di utilizzo di carbone attivo in aggiunta al filtro a maniche”.
I sistemi di abbattimento delle emissioni, si precisa, “devono garantire la rimozione delle polveri, dei composti organici, dei metalli e dei microinquinanti, in modo da garantire il rispetto dei valori limite di emissione”. Essi devono essere idonei ad abbattere anche le emissioni odorigene, per il contenimento delle quali l’Autorizzazione può prevedere specifiche misure”, in base delle leggi nazionali.
È poi necessario che, “a valle della camera di combustione, sia presente una camera di post combustione, che deve garantire l’ossidazione dei composti organici presenti nella fase gassosa sviluppatasi durante la combustione”. Per tale ragione, nel post combustore deve essere mantenuta la temperatura minima di 850 °C per almeno 2 secondi e la concentrazione di ossigeno deve essere almeno pari al 6%. I valori di temperatura e tenore di ossigeno devono essere misurati in continuo, memorizzati e collegati a un sistema di allarme”.
Ancora, allo scopo di contenere le emissioni di NOx “senza l’ausilio di dispositivi di abbattimento secondari tipo SCR/SNCR, che comporterebbero emissioni di ammoniaca, si ritiene che in fase progettuale debba essere previsto il ricircolo di una parte dei fumi combusti in camera di combustione (Reburning)”.
I gas in uscita dalla camera di post combustione devono essere raffreddati prima dei successivi trattamenti, con dissipazione del calore per mezzo di dissipatori fumi/aria, recupero dell’energia termica per mezzo di scambiatori di calore a fascio tubiero fumi/acqua ed eventuale dissipazione del calore di esubero sul circuito acqua per mezzo di raffreddatori ad aria, detti air-cooler.
L’impianto deve poi essere dotato di un camino di emergenza in grado di evacuare direttamente in atmosfera i fumi della camera di combustione in caso di anomalie impiantistiche o emergenze dovute alla combustione incontrollata.
Gli effluenti gassosi degli impianti di cremazione “devono essere emessi in modo controllato attraverso un camino di altezza adeguata e con velocità e contenuto entalpico tale da favorire una buona dispersione degli effluenti al fine di salvaguardare la salute umana e l’ambiente, con particolare riferimento alla normativa relativa alla qualità dell’aria”.
Infine il capitolo, importantissimo, dei controlli volti a garantire che tutte queste accortezze vengano rispettate.
Eccone solo due, per non entrare troppo nei tecnicismi: “il gestore dell’impianto è tenuto ad effettuare autocontrolli periodici, con cadenza almeno semestrale, per la verifica del rispetto dei Valori Limite di Emissione autorizzati nel provvedimento di AUA. In genere tali autocontrolli alle emissioni in atmosfera sono di natura discontinua; l’accesso ai punti di prelievo deve essere realizzato in sicurezza secondo le norme vigenti”, e “gli impianti dovranno essere costruiti avendo cura di isolare visivamente l’area dedicata ai campionamenti periodici delle emissioni dalle aree di accesso da parte dei parenti dei defunti”.





