L’AQUILA – Il Teatro Stabile d’Abruzzo. Tra Storia e Cronaca: verrà pubblicato prossimamente da Ricerche&Redazioni il libro del giornalista aquilano Antonio Di Muzio che traccia la storia del massimo ente teatrale regionale, fiore all’occhiello della cultura in Abruzzo e in Italia.

L’opera, oltre 600 pagine, introdotta dalla scrittrice Dacia Maraini, con la prefazione del professor Ferdinando Taviani, si avvale anche di contributi di illustri studiosi, storici, personaggi e protagonisti di questa grande storia.

Quali sono le radici del Tsa? Chi furono i fondatori? Quanto è stato determinante il ruolo della politica nella nascita del Tsa? I politici si sono serviti del teatro o gli uomini di teatro si sono serviti della politica? Perché Antonio Calenda abbandonò lo Stabile aquilano?

Quanto durarono gli anni d’oro e quanto costarono? Le altre istituzioni culturali hanno beneficiato del ruolo del Tsa? Quando è iniziata la decadenza? È possibile rialzarsi e risorgere oppure dopo 51 anni il Tsa si trova a un fatidico bivio?

Tanti interrogativi che il libro cerca di risolvere, attingendo alle fonti storiche e scritte, partendo da Amiternum per fare la storia di un teatro e dei teatri del territorio.

La storia della maggiore istituzione culturale d’Abruzzo, conosciuta in tutto il mondo grazie a produzioni, spettacoli e protagonisti che hanno lasciato un segno indelebile.

Il libro è il frutto di una ricerca durata 15 anni, che intreccia le storie del Tsa con il Tadua, l’Atam, l’Uovo e l’Accademia di Belle Arti, fino ai gruppi teatrali istituzionali e non istituzionali nati in modo spontaneo in Abruzzo.

Dall’introduzione di Dacia Maraini, “Antonio Di Muzio è riuscito a raccontare con chiarezza e precisione le tante storie che girano intorno alla nascita del Tsa. Un’opera completa che racconta successi e flop, grandi personaggi e grandi produzioni. Una pubblicazione molto utile – scrive – Anzi, direi necessaria. Un lavoro doveroso, inedito, per un ente che è stato fiore all’occhiello della cultura teatrale italiana e internazionale. Il nostro è un paese dalla memoria corta. E invece la memoria è la nostra coscienza storica, come dice Bergson. E io sono d’accordo con lui”.

Dalla premessa Ferdinando Taviani fa notare che “è scendendo nelle miniere che si vede a occhio nudo che cosa succede là sotto. E si tratta d’uno sguardo affascinante ed osceno. Ciò che è affascinante possiamo facilmente immaginarcelo: ha a che vedere con la ricchezza creativa, la ricerca, la fecondità, la speranza e l’arte – ricorda – L’osceno invece, inutile illudersi, non ha a che vedere né con la trasgressione o la sensualità. Ha a che vedere non con l’organicità ma soltanto con l’organizzazione, con la morta ipocrisia, con il furto, la prepotenza. Con tutti quei rifiuti tossici che nascondono sotto la coltre teatrale insipienza e rapacità…”.