L’AQUILA – Si chiama Success, che in italiano significa successo. Si presenta con questo nome americaneggiante, ha 23 anni e viene dalla Nigeria, paese dilaniato da instabilità politica e lotte intestine tra le varie etnie.
È scappato dalla sua nazione due anni fa per non essere ucciso. Quella notte che ha cambiato la sua esistenza per sempre, nei suoi ricordi è buia e piena di violenza: bambini uccisi, la sua matrigna ammazzata senza pietà. La sua sfortuna, essere il figlio di un uomo potente all’interno della sua comunità. E per questo perseguitato a vita.
Lo incontriamo al Centro servizi per il volontariato dell’Aquila, che da settembre 2014 ospita lui e altri 11 ragazzi, tutti nigeriani, che fanno parte del programma di accoglienza.
Tutti giovani ‘richiedenti asilo’, tecnicamente. In pratica, ragazzi che lottano per riprendersi la loro vita.
Quella di Success, di vita, è cambiata sei mesi e due settimane fa.
La prima risposta al perché sia venuto nel nostro paese è lapidaria. “Venire in Italia non era nei miei pensieri”.
Poi aggiunge: “avevo solo deciso di andare via dalla Nigeria per i problemi che c’erano all’interno della mia comunità”, e sembra volerla chiudere così. Dopo un’iniziale diffidenza, però, inizia a parlare di ciò che in lui pesa come un macigno. Di quella notte che gli ha cambiato la vita.
“La mia città è Benin City. All’interno della mia comunità mio padre è segretario di una figura assimilabile a quella del sindaco. Da tempo i rapporti con la comunità vicina erano difficili a causa di un pezzo di terra conteso”.
Nel 2013 la guerra è diventata feroce.
“Una notte ci hanno attaccato. Sono arrivati e hanno ucciso tante persone, anche bambini. Ho visto la mia matrigna, seconda moglie di mio padre, venire colpita a morte. Mio padre quella sera non c’era. Cercavano me, io sono il primogenito della famiglia, e volevano uccidermi. In questo modo avrebbero preso il potere, che mio padre rappresentava all’interno della comunità”.
Quella stessa notte il padre di Success lo chiama, dicendo che lui e tutta la famiglia dovevano fuggire via.
“Sono scappato dal villaggio fino a Delta State, provincia vicina alla mia. Qui ero ospite di mio zio. Mia madre e le mie sorelle sono invece scappate altrove, raggiunte successivamente da mio padre”.
In una nuova città, Success inizia a riprendere una vita quasi normale. Per quattro mesi lavora insieme a un ragazzo come autista di camion che trasportano petrolio.
Poi, di nuovo, la paura. “Uomini della comunità nemica avevano scoperto dove mi trovavo. L’ho saputo quando ero ad Abuja (grande città del centro della Nigeria, ndr), quindi ho deciso di non tornare da mio zio e rimanere lì”.
Cambiano le tratte che Success fa con il camion, in modo da non dover frequentare zone “a rischio”. Ma un giorno accade qualcosa di imprevisto. Durante una sosta del viaggio di lavoro con il camion, il ragazzo che era con Success prende il mezzo e scappa, lasciandolo da solo in una città sconosciuta.
“Dopo poco ho conosciuto un ragazzo nigeriano come me, che mi dice di essere in procinto di andare in Libia. Mi dice che sarei potuto andare con lui e che i 5 mila cfa (moneta locale, ndr) necessari per il viaggio glieli avrei potuti restituire lavorando a Tripoli”.
Accetta e parte. Racconta di cinque giorni insieme ad altre persone, tutti ammassati su un camion, in piedi e senza possibilità di bere né di mangiare.
Mentre racconta, abbassa lo sguardo solo quando ammette di aver dovuto bere la sua stessa pipì per non morire disidratato. Con lui, stipati come bestie, altri uomini, altre donne, ma nessun bambino. Tutti in fuga verso il Nord del continente.
A Tripoli, Success arriva con il ragazzo che lo ha aiutato per il viaggio.
Il lavoro che trovano è quello che fanno tantissimi stranieri in Libia: addetto al lavaggio delle auto. “Il proprietario mi dava 20 dinar, io ne davo 15 al mio amico per sdebitarmi”.
Riesce a fare una vita più o meno tranquilla, lontano dal terrore di essere ucciso.
Ma qualcosa cambia di nuovo, al grido di “all backs should leave”, “tutti i neri devono andare via”.
“Era luglio o agosto dello scorso anno, non ricordo. Tutti ci dicevano che noi neri dovevamo andare via dalla Libia perché c’era il rischio Ebola”.
La Libia, contemporaneamente, vive momenti di tensione e scontri feroci tra milizie islamiche e milizie laiche.
“Hanno bombardato la zona della città dove vivevano molti nigeriani colpendo l’edificio vicino a quello in cui alloggiavamo. Non ero lì in quel momento e quando sono riuscito ad arrivare al nostro alloggio, non ho più trovato il mio amico. Ho chiesto aiuto al mio datore di lavoro, che per due giorni mi ha fatto stare in una casa di sua proprietà”.
A quel punto accade qualcosa di inaspettato. Ancora oggi Success non sa cosa sia davvero accaduto, perché sia accaduto.
“Il mio datore di lavoro ha chiamato un suo amico che mi ha caricato in macchina. Mi ha portato in spiaggia. Ero disorientato, c’era altra gente. Ci hanno fatto salire su una piccola barca. Non conoscevo nessuno, erano tutti impauriti, la gente piangeva”.
Un giorno di navigazione su quella barca senza parlare con nessuno, senza conoscere la destinazione di quel viaggio, bevendo acqua del mare. Success racconta degli attimi di panico vissuti quando hanno iniziato a imbarcare acqua. Poi l’arrivo della grande nave della Marina militare italiana. La salvezza per loro era arrivata in uniforme.
“Ci hanno lanciato le giacche di salvataggio e siamo saliti”.
La nave “pescava” dal mare centinaia e centinaia di persone, ammassate in grandi e piccole barche.
Success arriva in Sicilia senza sapere perché è lì.
Forse deve ringraziare quell’uomo per cui lavorava, che lo ha salvato pagandogli il viaggio in mare.
Dopo i controlli di rito, a due giorni dallo sbarco è stato trasferito al Csvaq del capoluogo abruzzese.
Cos’ha pensato, appena arrivato nel centro che lo accoglie da mesi? “My life is safe now, la mia vita è salva”.
E oggi cosa pensa? “Che non voglio più guardarmi indietro e provare quella sensazione di pericolo. Il futuro lo vedo solo in funzione della mia nuova vita”.





