L’AQUILA  – Lo smart working in Italia torna a crescere: dopo i picchi della pandemia e una graduale riduzione negli ultimi due anni, nel 2023 i lavoratori da remoto si assestano a 3,585 milioni, in leggera crescita rispetto ai 3,570 milioni del 2022, ma ben il 541% in più rispetto al pre-Covid. Nel 2024 si stima che aumenteranno a quota 3,65 milioni.

E’ quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio smart working della School of management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno “Rimettere a fuoco lo smart working: necessità, convenzione o scelta consapevole?”.

Un dato che sembra confermare quanto fotografato Centro studi Confindustria L’Aquila Abruzzo interno, in uno studio riferito al 2022 e all’inizio del 2023,  che seppure focalizzato alla provincia aquilana, attesta un trend regionale.

Il lavoro a distanza aveva avuto una fiammata durante la pandemia del covid, tanto che come già riferito da Abruzzoweb, autorevoli osservatori si spinsero ad affermare che lo smart working potrebbe rappresentare, se reso strutturale e anche incentivato, una opportunità di ripopolamento per i piccoli centri dell’entroterra, vittime di una drammatica e inarrestabile erosione demografica.

Ha spiegato Francesco De Bartolomeis, direttore di Confindustria L’Aquila, “Con riferimento al lavoro agile, i risultati indicano che più del 43% delle imprese ha utilizzato questa modalità di lavoro nel 2022,  quota che si scompone in un 21,1% di imprese che ha continuato a utilizzare solo il lavoro agile “di emergenza”, ovvero la “versione semplificata” prevista a partire dal 2020 con la pandemia, mentre il restante 22,1% ha introdotto il lavoro agile in via strutturale”.

Se si considera l’intensità di utilizzo, misurata in termini di lavoratori in smart working sul totale dei dipendenti, il lavoro agile ha coinvolto mediamente il 35,9% dei dipendenti.

E non solo ha sottolineato De Bartolomeis: “Il 44,7% delle imprese che hanno utilizzato il lavoro agile ha rilevato una migliore attrazione o retention delle risorse umane strategiche, il 42,1% una riduzione dell’assenteismo, quasi il 40% un aumento della produttività dei dipendenti attraverso maggiore responsabilizzazione e orientamento al risultato. Mentre una quota minore segnala tra i vantaggi il miglioramento dell’efficienza energetica e della sostenibilità dell’azienda (29,7%) e la riduzione dei costi aziendali legati alla gestione degli spazi (24,1%)”.

Tornando dunque alla ricerca del Politecnico di Milano: esso rivela che nel corso del 2023 i lavoratori da remoto sono cresciuti in particolare nelle grandi imprese, sono oltre un lavoratore su due, pari a 1,88 milioni di persone; sono aumentati lievemente anche nelle Pmi, con 570mila lavoratori, il 10% della platea potenziale; sono invece ancora calati nelle microimprese (620mila lavoratori, il 9% del totale) e nelle Pubbliche amministrazioni (515.000 addetti, il 16%).

“Lo smart working, poi, aiuta l’ambiente”, assicurano i ricercatori del Politecnico: due giorni a settimana di lavoro da remoto evitano l’emissione di 480 chilogrammi di Co2 all’anno a persona grazie alla diminuzione degli spostamenti e il minor uso degli uffici.

Quanto agli effetti sul mercato immobiliare e sulle città, la ricerca evidenzia che il 14% di chi lavora da remoto (una persona su sette) ha cambiato casa o ha deciso di farlo, scegliendo nella maggior parte dei casi zone periferiche o piccole città alla ricerca di un diverso stile di vita, con un effetto di rilancio per diverse aree del paese.

Il 44% di chi lavora da remoto l’ha già fatto – almeno occasionalmente – da luoghi diversi da casa propria, come spazi di coworking, altre sedi dell’azienda o altri luoghi della città, spiega la ricerca che rileva come sono solo i “veri” smart worker, ossia quelli che oltre a lavorare da remoto hanno flessibilità di orari e operano per obiettivi, a presentare livelli di benessere ed engagement più alti dei lavoratori tradizionali in presenza.

Tuttavia, “sono più frequentemente vittime di forme di tecnostress e overworking”. Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio, sottolinea le “numerose barriere” per un’applicazione matura dello smart working che non è “un compromesso o un male necessario, nemmeno un diritto acquisto o un fine in sé, ma uno strumento di innovazione per ridisegnare la relazione tra lavoratori e organizzazione”.

Un ruolo fondamentale, indica Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio smart working, è quello dei manager: “I lavoratori con un capo realmente “smart” (che assegna obiettivi chiari, fornisce feedback frequenti e costruttivi, favorisce la crescita professionale e trasmette gli indirizzi strategici) hanno livelli di benessere e prestazioni migliori”. Tutte le grandi imprese prevedono di mantenere lo smart working anche in futuro, solo il 6% si dichiara incerta come nel 20% della Pa e il 19% delle Pmi. Infine, il PoliMi fa sapere che nell’ultimo anno sono state avviate sperimentazioni di nuove forme di flessibilità sul lavoro, tra cui la settimana corta (in meno di una grande azienda su 10). Il 3% delle grandi aziende, invece, ha introdotto le ferie illimitate, il 41% ha eliminato le timbrature e il 44% sta sperimentando il “Temporary distant working” che prevede di lavorare da remoto, in alcuni casi anche dall’estero, per alcune settimane o anche per più mesi, di continuo.