ROMA – “Siamo disponibili da subito a dare il nostro contributo per la tutela della salute pubblica, ma fare i test rapidi negli ambulatori dei medici di famiglia per estendere il tracciamento dei positivi al virus potrebbe essere disastroso. Siamo già alle prese con una massiccia campagna vaccinale, e nonostante lo sforzo messo in campo cercando di rispettare le regole del distanziamento e degli accessi contingentati, non sempre siamo riusciti a contenere gli assembramenti”.

Lo scrive il segretario generale del Sindacato Medici Italiani (Smi )Pina Onotri in una lettera aperta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro della Salute Roberto Speranza.

I medici del Sindacato mettono in evidenza alcune criticità nel percorso individuato: “La prima riguarda proprio la tipologia del 90% degli studi dei medici di medicina generale, cioè la quasi totalità, tranne poche fortunate eccezioni, che sono appartamenti privati in privati condomini e come tali soggetti alle regole di condivisione degli spazi comuni”. E raccontano: “Proprio in questi giorni di campagna vaccinale non sempre siamo riusciti ad effettuare le somministrazioni in sale separate, così come raccomandato, rispetto alla sala visite. Questo per mancanza di spazi, soprattutto in quelle realtà che vedono più medici operare insieme e contemporaneamente. Si fa fatica inoltre a cercare di tenere separati i percorsi “puliti “da quelli che potrebbero essere accidentalmente “sporchi”. Onotri aggiunge poi che va assolutamente evitato che questo “scenario emblematico, già visto nelle regioni del Nord nella prima ondata di Covid, si ripeta in tutta Italia con conseguenze disastrose; qualora avessimo tra le file dei medici di medicina generale (mmg), malati o semplicemente positivi laddove i tamponi, sia rapidi che molecolari, fossero effettuati dove non è organizzativamente possibile effettuarli”. Onotri conclude chiedendo che i medici di base siano adeguatamente tutelati, “considerato che la malattia da Covid ai medici di medicina generale non viene riconosciuta come malattia professionale, né i familiari dei colleghi morti nell’esercizio della professione si sono visti riconoscere alcun indennizzo”.