L’AQUILA – C’è un solo “ospedale maggiore” possibile in Abruzzo, del tipo con i migliori reparti e specialità, ed è quello che potrebbe nascere dalla fusione tra i presìdi di Chieti e Pescara.
Escluso, invece, lo “spezzatino” di un secondo ospedale maggiore tra L’Aquila e Teramo, per motivi prima di tutto geografici, insomma le due città sono troppo distanti per unirsi.
Uno scippo epocale portato a termine dal centrosinistra in Regione nell’assoluto silenzio della politica aquilana.
Lo scriveva AbruzzoWeb a febbraio, anticipando la mappa dei tagli ai reparti previsti dallo “tsunami” del decreto Lorenzin, che opera tagli generalizzati alla sanità italiana trasformandola una volta per sempre dal servizio pubblico per i cittadini in azienda che deve produrre utili.
Lo conferma l’edizione di oggi del quotidiano Il Messaggero, parlando di un “atto programmatorio della Regione che è già pronto e arriverà sul tavolo del ministero la prossima settimana”.
Secondo il documento, l’unione caldeggiata tra L’Aquila e Teramo sarebbe impossibile perché “i due presìdi ospedalieri sono a una distanza tale da non rispondere alle esigenze delle patologie tempodipendenti”.
Perché un ospedale possa essere di classificato di secondo livello, d’altronde, è necessario che il “percorso stroke” (cioè ictus e neurochirurgia), quello cardiochirurgico e quello trauma devono essere insieme o massimo 15 minuti di distanza. Chieti-Pescara soddisfa il requisito, l’altra unione no.
L’Aquila avrà almeno un contentino: la sede legale dell’Azienda sanitaria unica (Asu), pure questo già anticipato da AbruzzoWeb, ma solo se e quando si realizzerà la fusione delle quattro attuali, cioè verosimilmente a fine legislatura regionale, questo per rimandare al massimo guerre campanilistiche in maggioranza. Teramo, neanche quello.



