L’AQUILA – “Essere curati con dignità deve essere un diritto di tutti i malati”.
Ad affermarlo il direttore del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’Aquila, Massimo Casacchia, nell’ultimo seminario dell’anno organizzato dall’associazione 180Amici L’Aquila onlus presso la sala della Casa del volontariato in località campo di Pile (L’Aquila).
Un argomento delicatissimo, quello dello stato in cui vivono e vengono trattati i malati mentali all’interno degli ospedali, è stato infatti affrontato nel corso sulle tematiche del diritto alla cura nella libertà, dal titolo “Non c’è salute senza salute mentale”, che aveva come primo obiettivo quello della sensibilizzazione, rivolto a tutti i cittadini, utenti dei servizi, volontari delle associazioni e studenti.
Dopo la trasmissione di un toccante video-shock senza musiche né parole sulla morte del paziente Francesco Mastrogiovanni avvenuta il 4 agosto 2009 in una stanza cella dell’ospedale di Vallo della Lucania, gli altri direttori intervenuti (Carlo Minervini del Vosm di Bari, Margherita Purgato del Spdc Caserta, Vittorio Sconci del Dsm L’Aquila e Alessandro Sirolli del 180Amici L’Aquila onlus), hanno parlato delle questioni degli ospedali psichiatrici giudiziari e della contenzione e dei servizi a porte chiuse.
“La morte di Mastrogiovanni, (avvenuta in tragiche condizioni dove il paziente è stato mal nutrito e legato al letto, da quanto si apprende dal video, ndr), deve servire per riflettere sul diritto alla cura nella libertà”, ha affermato Casacchia.
“La contenzione a porte chiuse è legale – ha continuato il direttore del Servizio psichiatrico dell’Aquila – ma è altrettanto vero che secondo l’articolo 32 della Costituzione c’è il dovere di porsi il problema di chi non si può curare: non bisogna mai tralasciare il rispetto per la persona, come invece è avvenuto in questo gravissimo caso”.
Casacchia ha aggiunto che “L’operatore sanitario dovrebbe percepire l’altro, altrimenti ha sbagliato mestiere. Inoltre, sul dilemma delle porte aperte o chiuse, se il paziente sapesse che la porta è aperta probabilmente non vorrebbe fuggire e in questo caso non servirebbe costringere una persona al letto. Un reparto aperto significa meno conflittualità”.
“Non dimentichiamo – ha concluso il direttore – che gli ospedali sono luoghi non di tortura ma di cura. Anche per questo abbiamo pensato di creare dei questionari da far riempire ai pazienti al momento dell’uscita, così da dare la voce anche a loro, come è giusto che sia”.






