L’AQUILA – “Dopo un anno e mezzo dall’inaugurazione il centro polifunzionale di Castelnuovo aveva ancora l’allaccio provvisorio all’impianto elettrico con un filo volante collegato al cimitero”.
È un vero atto d’accusa di sciatteria nella gestione rivolto ai responsabili della comunità locale quello del sindaco di Segrate (Milano), Adriano Alessandrini, deluso e furente due giorni dopo l’incendio che ha distrutto l’edificio in legno donato dai lombardi alla comunità di Castelnuovo di San Pio delle Camere.
Si è parlato di corto circuito all’impianto elettrico come probabile causa del rogo, su questo i carabinieri stanno ancora indagando, e pur senza lanciare accuse precise il sindaco dà credito all’ipotesi spiegando però che “noi avevamo lasciato impianti gas ed elettrico perfetti, mentre il collegamento era ancora provvisorio, è sconcertante”.
“L’ho detto spesso a loro e lo ripeto ora – sbotta il primo cittadino – devono scegliere quale modello di ricostruzione adottare, quello virtuoso, del Friuli, o quello cattivo, dell’Irpinia? Mi pare che a due anni dal sisma sia stato scelto quest’ultimo. Non è stato fatto niente e per di più una struttura per la quale avevamo investito tutto, del valore ben superiore al milione, è andata completamente in fumo. Non tutto quello che penso è pubblicabile”.
Alessandrini premette che “non sto ragionando da leghista: non ero mai stato in Abruzzo, venendoci già dopo tre giorni dal sisma mi sono poi innamorato di questa terra, eppure ora non so più cosa pensare. Sarà molto dura – ammette – spiegare che tutto è andato in fumo alle parrocchie che hanno raccolto soldi, alle associazioni che hanno fatto spettacoli di beneficenza, ai vigili urbani che si prendevano le ferie per accompagnarmi all’Aquila e non hanno mai chiesto rimborsi. Mi chiederanno perché c’è stato l’incendio, e io non saprò cosa rispondere”.
Il sindaco lombardo ne ha anche per la sua collega di San Pio delle Camere, Francesca D’Andrea, che il giorno del rogo era fuori per un lutto e solo a cose fatte ha potuto raggiungere l’edificio in legno divorato dalle fiamme.
“Ci siamo sentiti brevemente – spiega con freddezza Alessandrini – e alle 20.30 ancora non era andata a vedere cosa era successo, fosse accaduto a Segrate io sarei andato in tre secondi. Quello che è successo purtroppo è più grave di un lutto, è la morte di una comunità che vede andare in fumo una struttura di pregio che era l’unico simbolo di speranza”.
“Inoltre – prosegue Alessandrini nel suo duro sfogo – nessuno mi ha telefonato, se non Fabio, il gestore del distributore Tamoil: un ragazzo che nei mesi dell’emergenza per me è diventato un amico, che però non è certo un rappresentante delle istituzioni. Il commissario per la ricostruzione? Non mi ha chiamato nessuno”.
Quanto agli scenari futuri, l’amministratore lombardo è incerto. “Venerdì verrò a vedere quello che rimane – annuncia – Aiutare ancora Castelnuovo? Questa volta la spinta non deve partire da noi, ci dev’essere una reazione della gente. In Egitto, in Tunisia, c’è stata una reazione forte, gli abitanti hanno voglia di fare o vogliono aspettare il Messia? Credo che non verrà”.
“Se ci sarà cambiamento – conclude – noi ci saremo. Ma il ‘dono’ in sé non basta, non va bene e si è visto: non è stato apprezzato. Ci vuole una rivoluzione interna forte”.
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