L’AQUILA – Appare sempre più evidente la stretta relazione esistente tra la ricostruzione e la rimozione delle macerie: senza la seconda, la prima nei centri storici dell’Aquila e dei centri terremotati è un’impresa disperata.

Per questo, giovedì prossimo 28 ottobre, il coordinatore della Struttura tecnica di missione, l’architetto Gaetano Fontana, ha convocato sindaci del “cratere”, tecnici di tutte le componenti impegnate nel post terremoto e del ministero proprio per fissare un’agenda degli interventi sulla delicata questione.

Una riunione per vagliare l’identificazione degli ambiti territoriali e dei relativi siti per il conferimento, stoccaggio e trattamento delle macerie, individuazione degli ulteriori siti proposti dai sindaci, per ottimizzare i criteri di selezione e recupero dei materiali derivanti dai crolli e valutare le proposte per la regolamentazione delle procedure di selezione e riutilizzo delle macerie.

Allo stato attuale gli ambiti territoriali sono sei, di cui solamente uno attivo, quello della cava ex Teges a Bazzano (L’Aquila): gli altri sono quelli dei comuni di Barisciano, Pizzoli, Goriano Sicoli, Pizzoli, Capestrano e Isola del Gran Sasso.

Come ormai noto, infatti, tutti i detriti e le pietre del sisma sono equiparati a rifiuti solidi urbani: dal confronto si cercherà di individuare una strategia per “riclassificare” questi materiali per scongiurarne il conferimento indiscriminato in discarica e per riutilizzarli, dove possibile, per la ricostruzione delle case, dei palazzi e delle mura dei centri colpiti dal sisma.

Per formulare un piccolo grande paragone, si può pensare alla grandiosa opera di recupero effettuato sulla chiesa di San Francesco ad Assisi, un patrimonio dell’umanità che fu ricostruito mediante il recupero anche della pietra più piccola pietra dopo il terremoto del 1997.

Oltre che per risparmiare sul trasporto delle pietre, i sindaci hanno in mente lo stesso tipo di operazione, cercando di allontanare il meno possibile le macerie dal luogo dei crolli, per riclassificarle e riutilizzarle, magari utilizzando dei siti alternativi a quelli individuati dagli ambiti territoriali.

A lanciare la stessa proposta, già dal mese di agosto, fu il sindaco di Villa Sant’Angelo, Pierluigi Biondi, che, per affrontare la problematica legata alle macerie, anche alla luce della complessa normativa in materia, ha contato sulla consulenza di un gruppo di lavoro composto da tecnici ed esperti in campo ambientale (con particolare specializzazione nel settore rifiuti), urbanistica, sicurezza nei cantieri e altro.

“Il gruppo di lavoro – diceva Biondi già ad agosto – ha ipotizzato che la procedura di rimozione delle macerie che si sono originate dai crolli conseguenti al sisma e dalle attività di demolizione debba essere preceduta da un’attività di massima selezione delle varie tipologie di rifiuti presenti sul posto”.

“Questa scelta – proseguiva il primo cittadino – permetterà di differenziare già da subito i rifiuti da trasportare direttamente nei centri autorizzati di messa in riserva R13 o di recupero diretto degli stessi o eseguire il trasporto in discarica dei rifiuti non recuperabili. La selezione in loco dei rifiuti permetterà una consistente riduzione dei costi per il Comune e un maggiore rispetto dell’aspetto igienico delle operazioni, con conseguente riduzione dei disagi causati da un utilizzo dei metodi tradizionali di movimentazione ‘tal quale’ delle macerie”.

Come emerso dallo studio effettuato dalle Università di Genova e Catania insieme all’Istituto tecnico delle costruzioni del Cnr dell’Aquila, un’alta percentuale volumetrica delle macerie è costituita da pietre naturali e, quindi, riutilizzabili per la ricostruzione.

“Attualmente – scrisse Biondi – sono disponibili sul mercato autocarri o escavatori a risucchio che lavorano con abbattimento totale delle polveri durante l’aspirazione o impianti di frantumazione mobile dei calcinacci che lavorano riducendone il volume e separando l’eventuale ferro di armatura presente nelle macerie. Tali tecnologie permettono di ridurre tempi e costi di rimozione delle macerie del 40 per cento al 70 per cento”.

Indicazioni ancora valide, di cui Fontana sarà invitato dagli amministratori a tenere conto, per fare in modo che le pietre che si possono riutilizzare per la ricostruzione non vadano a mischiarsi con la “monnezza” comune e con i rifiuti pericolosi da smaltire.

È un modo per risparmiare tempo e denaro, e anche un modo per ricostruire dalle stesse pietre che sono crollate e mantere in qualche modo viva un’identità che il disastro del 6 aprile 2009 rischia seriamente di mettere in pericolo.