L’AQUILA – La ricostruzione dell’Aquila e del “cratere” è un affare per lo Stato.
Al di là delle considerazioni sull’aspetto morale della cosa (una nazione che non è in grado di assicurare la rinascita di una delle città più belle d’Italia non è degna di chiamarsi tale), c’è anche un ritorno in termini economici assolutamente non trascurabile per le disastrate casse del Belpaese.
Non si tratta certamente di un guadagno immediato, anzi, si tratta di sborsare subito un sacco di soldi, ma in prospettiva la metà delle risorse impegnate tornano quasi subito all’erario sotto forma di tasse, Iva e contributi previdenziali, senza considerare, nel medio periodo, l’aumento dei consumi, i risparmi per gli ammortizzatori sociali e i benefici sull’andamento generale dei conti pubblici in termini di aumento dei gettiti sui tributi comunali.
Alla fine del ciclo, in sintesi, solo una minima parte è a fondo perduto e non produce effetti virtuosi.
La dimostrazione? In alcuni semplici calcoli, che qualsiasi commercialista, ragioniere o consulente del lavoro sarebbe in grado di spiegare in pochi minuti: lo stesso che prova a fare AbruzzoWeb.
Fatto 100 l’importo complessivo destinato alla ricostruzione, si deve operare una prima distinzione: sull’ammontare di un lavoro circa l’85% finisce all’azienda incaricata e il restante 15% al progettista.
QUANTO TORNA DALL’IMPRESA ALLO STATO
Della quota dell’85% che viene data a una ditta privata, la stessa paga subito il 10% di Iva, dopodiché si può valutare, con buon margine di approssimazione, l’utile d’impresa intorno al 15%, il costo degli acquisti al 35% e le spese per il personale al 40%.
Il 40% lordo destinato a capicantiere, operai, amministrativi e dipendenti vari, finisce per metà nelle tasche dello Stato in termini di versamenti sociali (l’Inps, per esempio).
Per il fornitore cui va il 35% vale lo stesso discorso dell’imprenditore in termini di paghe e contributi vari.
Ricapitolando: a 85 va tolta l’Iva (ne restano 77,3) poi il 20% sul lordo del personale (rimangono 64,4), le tasse sull’utile d’impresa del 7,5% (residuo 59,9 circa) e le imposte per i fornitori del 15% (e siamo a 52), più i costi di carburante e utenze generiche, che pesano più o meno per un ulteriore 10-12%, il che significa che gli 85 iniziali diventano 40.
I 45 che si “perdono” per strada, come spiegato, rientrano immediatamente nelle tasche del fisco, mentre altrettanti sono delle aziende (si può ipotizzare una fetta pari a 10), dei fornitori (un altro 10) e dei dipendenti (20).
È del tutto evidente che aziende, fornitori e dipendenti non metteranno tutto in banca, ma faranno investimenti, pagheranno stipendi e compreranno generi di prima o seconda necessità, che a loro volta genereranno tasse, contributi e Iva.
Senza rischio di esagerare si può ben dire che solo l’1 o il 2%, diventa un investimento infruttuoso perché, magari, viene depositato in banca o speso all’estero durante una vacanza.
QUANTO TORNA DAL PROGETTISTA ALLO STATO
Il calcolo è più semplice per il 15% della parcella del tecnico.
Il 20% se ne va di Iva e il 50% circa di tasse, il che vuol dire che rimane una quota pari a 6.
Anche ammesso che il professionista non abbia persone alle sue dipendenze, e quindi varrebbe il discorso fatto sopra per le ditte, a sua volta utilizzerà i guadagni in larga parte per software, attrezzature, luce, acqua e gas per lo studio, sempre che non sia in affitto.
TUTTI GLI ALTRI RISPARMI
Assicurare lavoro attraverso l’edilizia, uno dei settori che maggiormente ha trainato l’Italia negli ultimo mezzo secolo, significa pure abbattere il numero dei cassintegrati, che godono di ammortizzatori sociali erogati con risorse nazionali.
Inoltre più gente ha un salario più crescono gli acquisti, quindi più tasse pagano commercianti, artigiani e così via.
Infine, ma non per ultimo, a ogni casa riparata corrisponde un versamento Imu o Tarsu, quindi anche i comuni beneficiano di un ciclo che appare virtuoso.
IL CALCOLO FINALE
Per chiudere il cerchio: su 100 impegnati subito, 45 delle imprese più i 9 dei tecnici rappresentano una partita di giro per lo Stato, che li riprende all’emissione delle fatture e all’atto del pagamento mensile degli stipendi, quindi subito, il resto di 46 o giù di lì, strada facendo, comunque andranno a rimpolpare le casse pubbliche.
Ecco perché si torna all’assunto iniziale: la ricostruzione, paradossalmente, può fare bene alla nazione nella sua interezza e non solo a chi ne beneficia direttamente.
Questi calcoli un po’ “della serva”, un po’ da buona massaia, certamente faranno storcere il naso agli economisti di professione più rigidi, quelli che rappresentano la vita delle persone per componenti e sottosistemi o per curve gaussiane.
Ma la speranza degli aquilani è che la politica, di fianco alla fredda legge dei numeri, sappia mettere quella dose di anima indispensabile per il destino di una comunità.



