L’AQUILA – Metti uno splendido palazzo ricostruito nel cuore del centro storico, lungo il “corso stretto” un tempo fulcro dello struscio e ora alla faticosa rincorsa della vitalità di un tempo.
Metti le crepe riparate, le mura stuccate e dipinte di un bianco immacolato, la pietra delle soglie perfettamente pulita.
E poi metti, a pochi metri dal portone di legno antico restaurato, un orrendo armadio grigio di plastica piantato a pochi centimetri dal muro su un basamento di cemento armato e dal quale si dipanano cavi che si inoltrano misteriosamente nel sottosuolo.
È la prima concretizzazione del temuto “problema delle centraline”, già preconizzato dall’assessore alla Ricostruzione Pietro Di Stefano che aveva ammonito le ditte esecutrici dei lavori, i proprietari degli alloggi, i tecnici, le società di gestione, insomma chiunque, a fare in modo che nel computo dei lavori entrasse anche l’integrazione delle centraline con contatori e allacci nelle mura allo scopo di renderle invisibili e non deturpare la “grande bellezza” aquilana appena riportata alla luce.
Macché. Neanche il tempo di dirlo e subito arriva il primo pugno nell’occhio degli esteti della ricostruzione.
Si tratta della facciata stretta che si affaccia sul corso del mega-aggregato che si estende anche lungo via Verdi e via Poggio Picenze, quello che sul lato lungo per anni ha ospitato esercizi storici come Manzi abbigliamento o la tipografia Bastida.
Sulla sinistra del portone d’ingresso, da qualche tempo è spuntata l’orrido armadio dei contatori.
Di Stefano stavolta ringhia. “Se c’è qualcosa mi auguro che sia provvisorio, altrimenti la mando a cavare io”.
“Non possiamo spendere milioni e milioni di euro per recuperare la parte storica della città – sbotta – e poi vedere, nei vicoli maggiori, quell’obbrobrio di centraline che mettono le società. Si devono adeguare anche loro, non provino a cercare scorciatoie perché in me avranno un acerrimo avversario”.



