L’AQUILA – Bandi aperti invece che affidamenti diretti nella ristrutturazione degli edifici che presentano una quota di proprietà pubblica: è questa la norma che è stata pensata per essere inserita in una prossima ordinanza della presidenza del Consiglio e che è ancora allo studio.

Di fatto, l’indennizzo si trasformerebbe in contributo, ipotesi contro la quale in tanti si erano battuti per scongiurarla anche nell’edilizia privata, e rallenterebbe ancora di più la ricostruzione pesante all’Aquila e nei centri del “cratere” che già sconta enormi ritardi.

Questa possibilità, che tra l’altro riguarda moltissimi cittadini, potrebbe stabilire l’assegnazione dei lavori con la logica del “massimo ribasso”, cioè con l’aggiudicazione a quelle ditte che, tramite asta, offrono il maggiore sconto rispetto al quadro economico delle opere previste.

Il problema più grande è che, con la contrazione degli investimenti pubblici dovuti alla crisi nazionale, la ricostruzione dell’Aquila e dei centri del “cratere” rappresenta di gran lunga il piatto più ghiotto per le imprese edili del Paese che, pur di muovere l’economia aziendale, potrebbero fare ribassi molto elevati, anche nell’ordine del 35-40 per cento.

Poiché negli ambienti imprenditoriali è risaputo che, tranne rare eccezioni, offerte oltre il 20 cento di ribasso sul prezziario regionale garantiscono margini minimi di guadagno, le ditte saranno costrette a tagliare i costi su altre voci di spesa: manodopera, materiali o subappalti.

Sconti così alti, quindi, potrebbero aprire la strada a lavorazioni fatte male o con prodotti scadenti, al ricorso al lavoro nero o sottopagato, o allo strozzinaggio nei confronti dei subappaltatori.

Che questo quadro sia realistico lo dimostrano i casi di alcune piccole imprese, i cosiddetti “cottimisti”, che hanno effettuato i lavori ma non sono stati pagati, nonostante i titolari degli appalti abbiano portato all’incasso le fatture, con l’esito che le ditte più piccole, in genere quelle con meno disponibilità economica, possano dichiarare fallimento.

Uno scenario preoccupante che assumerebbe addirittura tinte fosche se l’obiettivo delle aziende che fanno i mega-ribassi fosse quello di riciclare denaro sporco o che puntano già in partenza al contenzioso con i committenti per strappare condizioni più vantaggiose (bruciando quindi il ribasso) o incassare le “riserve”, cioè le contestazioni sollevate dall’imprenditore che esegue l’opera.

Se si verificasse una delle due circostanze appena accennate, allora per la ricostruzione sarebbe proprio la fine, con i cantieri sigillati dalla magistratura o chiusi in attesa della fine di lunghissime battaglie combattute a colpi di avvocati, giudici e carte bollate, di cui molti, all’Aquila e non solo, hanno memoria.

Senza contare, infine, le considerazioni sul destino di quegli sfortunati cittadini che vedranno intorno a loro la città ripartire, seppur lentamente, mentre la ricostruzione della loro abitazione apparirà condannata ad aspettare in eterno. (red)