L’AQUILA – I “caporali” degli operai campani vessati al lavoro nella ricostruzione post-terremoto 2009 si riprendevano perfino qualche decina di euro in più, tra cui anche gli 80 euro del governo Renzi, rispetto ai finti stipendi accreditati sulle carte di credito prepagate intestate ai malcapitati lavoratori. A questi ultimi, poi, in una settantina di casi accertati, restituivano non più della metà in nero e in contanti in un giro complessivo da oltre 200 mila euro.

È quanto emerge dalle carte dell’inchiesta “Caronte” della direzione distrettuale antimafia dell’Aquila che, nei giorni scorsi, ha portato alla luce fenomeni di estorsione, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro nell’ambito della ricostruzione, con 4 arresti domiciliari, 5 interdizioni dal lavoro per 6 mesi e altri 9 indagati a piede libero, per un totale di 18 iscritti nel registro degli indagati.

Giovedì prossimo, 6 aprile, scatteranno i primi interrogatori al palazzo di Giustizia del capoluogo per i 4 ai domiciliari, Salvatore Tessitore, Vincenzo Tessitore e Raffaella Testa della Tessitore Appalti, ditta che ha ricevuto l’interdittiva antimafia assieme alla Edilgap, e Luigi Lama della Lama Costruzioni.

Le ipotesi di reato sono estorsione aggravata e continuata in concorso e di violazione del decreto Antiriciclaggio (dlgs 231/2007) per l’uso di carte altrui.

Le indagini svolte dai carabinieri caso per caso hanno consentito di verificare i movimenti caso per caso, con accrediti e prelievi dalle carte che vanno da poche centinaia di euro fino a 15 mila euro per singolo operaio.

A eseguire i versamenti erano agenzie interinali, imprese edili o persone fisiche.

Come si legge nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Giuseppe Romano Gargarella, che ha accordato le misure su richiesta dei sostituti procuratori antimafia David Mancini e Roberta D’Avolio, “approfittando dello stato di necessità, indigenza ed estrema difficoltà economica in cui versavano le maestranze di origine casertana da loro reclutate, gestite, sfruttate e dirette”, gli indagati costringevano l’operaio di turno “ad attivare una carta di credito/debito prepagata a lui intestata, dove veniva accreditato il relativo stipendio e le competenze accessorie: Cassa edile, assegni familiari, indennità Aspi-mini Aspi e bonus di cui all’articolo 1 della legge 66/2014”, appunto gli 80 euro.

Carta che “si facevano consegnare unitamente al corrispondente codice identificativo personale di sicurezza (pin), effettuando successivi prelevamenti di somme di denaro fino a raggiungere gli interi importi accreditati – continua il Gip – per poi provvedere successivamente a pagare al dipendente predetto, in importo di gran lunga inferiore rispetto a quello indicato in busta paga, gli stipendi in contanti, anche con acconti o con bonifici bancari di importo variabile”.