L’AQUILA – Ricostruzione dell’Aquila ferma: sul banco degli imputati anche i tecnici.
Solitamente più propensi a puntare il dito contro altri, un esempio è il lungo e dettagliato “j’accuse” rivolto dall’ordine degli ingegneri alla governance della ricostruzione, fino a oggi non hanno fatto un minimo di “mea culpa” per guardarsi dentro casa e assumersi una parte delle responsabilità se i cantieri stentano a partire.
Gli ingegneri, infatti, sono una componente fondamentale del processo di ricostruzione, non soltanto come semplici progettisti che presentano degli elaborati ai Comuni o alla filiera Cineas-Fintecna-Reluis ma anche come categoria che, in virtù delle proprie competenze e professionalità, deve essere una parte “dialogante” del sistema e non assolvere solo a una funzione “dialettica”.
Troppo spesso è sembrato che gli ingegneri si siano posti in una posizione attendista, pronti a scovare l’errore nei provvedimenti di volta in volta emanati con ordinanze governative o con decreti commissariali: come una squadra schierata in difesa pronta a lanciarsi in contropiede approfittando della distrazione degli avversari.
Per non parlare, poi, delle centinaia di pratiche accumulate nelle mani di pochi tecnici, circostanza che di frequente è stata alla base delle vere motivazioni per cui sono state richieste le proroghe sulle scadenze delle “E” e che ha portato anche il sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri, Gianni Letta, durante un convegno all’associazione costruttori, a sottolineare tale questione.
Studi che hanno fatto incetta di incarichi senza adeguare i propri organici, arrivando addirittura a dover “subappaltare” le progettazioni ad altri professionisti, lasciando all’oscuro i committenti che hanno affidato le ristrutturazioni delle proprie abitazioni sulla base di un rapporto fiduciario senza sapere che, magari, la redazione della loro pratica è in mano a un altro tecnico, forse neanche abruzzese.
L’ordine non ha sentito il dovere di porre un freno a questi accaparramenti, magari indicando delle semplici regole stabilendo un tetto agli incarichi acquisiti o richiamanto l’attenzione sulla necessità di assumere nuovo personale negli studi sovraccarichi.
Non ultimi, infine, i ricorsi al Tar contro le convenzioni stipulate tra i Comuni e le università per la redazione dei piani di ricostruzione che, se accolti, darebbero una mazzata terribile agli enti locali e allungherebbero sine die la rinascita dei centri storici.
In questa città in cui l’attività principale sembra essere diventata quella di gettare la croce addosso a qualcuno per nascondere che ci sono tanti problemi, sia per responsabilità individuali sia per la complessità della ricostruzione, ci si dimentica che al centro di tutto ci sono i cittadini con le loro ansie, le loro paure e le loro aspettative.
E allora meglio sarebbe riprendere in mano il filo del dialogo, come suggerito a più riprese da Letta, allentando le tensioni e scendendo dalle torri arroccate in cui ci si è rinchiusi.
Se il cammino è così complicato con le “E” fuori perimetrazione, immaginiamo cosa può succedere quando si entrerà nel vivo della vera ricostruzione: quella degli aggregati del centro storico, con la complessità di una città come L’Aquila e come i borghi del “cratere”.
Sarebbe necessario che tutti facessero un passo indietro (sulle polemiche) e uno avanti (sulla capacità di ascolto e di confronto), perché non è in gioco il fatto di poter dire, un giorno, “io avevo ragione”, ma il destino di una comunità intera. (red)



