L’AQUILA – È allarme infiltrazioni nella ricostruzione. A lanciarlo il giudice della Direzione nazionale Antimafia, Olga Capasso, sostituto procuratore aggiunto presso il tribunale dell’Aquila per coadiuvare il procuratore generale Alfredo Rossini per rafforzare la lotta alle infiltrazioni mafiose nell’opera di rinascita del post sisma.
Nel corso della sua relazione il giudice Capasso ha evidenziato anche una sorta di ‘collaborazione’ tra le diverse mafie.
In relazione all’attività di spacci di droga, invece, è la zona costiera quella più florida, dove il mercato è in mano alla criminalità organizzata albanese.
RICOSTRUZIONE: “CAMORRA ASSOCIAZIONE MALAVITOSA PIU’ INVASIVA”
L’AQUILA – Per la ricostruzione post sisma del 6 aprile 2009, la relazione della Direzione Nazionale Antimafia é ritiene che “nel giro degli appalti e subappalti per la ricostruzione la camorra appare più invasiva delle altre associazioni criminali di stampo mafioso”.
Da parte della Dna si tratta di un vero allarme: “Da una prima ricognizione della situazione, attraverso l’esame della copiosa documentazione fatta pervenire dalla locale Prefettura alla Procura dell’Aquila ed alla Dna e da quanto hanno trasmesso gli uffici di alcune Procure Distrettuali, essa è apparsa subito di estrema gravità per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose nel tessuto della ricostruzione – dice riferendosi alle prime indagini”.
Da parte dei magistrati dell’antimafia si sottolinea anche la difficoltà di lavorare dopo il terremoto, con l’inevitabile lacerazione logistica degli uffici piuttosto che di ordine personale, che hanno causato ritardi e problemi investigativi.
Ecco che “la situazione si aggrava con il passaggio dal 2010 alla fase della ricostruzione dopo quella dell’emergenza, perché ora – si legge nella relazione della Dda – gli appalti vengono gestiti dal Commissario del Governo, nella persona del Presidente della Regione Abruzzo, o dai privati direttamente, con obbligo di informarne il Comune di residenza per ottenere le sovvenzioni previste dalla legge. – scrive il relatore Olga Capasso – A loro volta i Comuni debbono informare la Prefettura perché acquisisca dalle Prefetture competenti la certificazione antimafia, cosa che avviene con notevole ritardo e spesso a lavori già iniziati. Di tutto questo si è parlato nelle diverse riunioni del Comitato di Sicurezza, a cui ha partecipato il Procuratore Nazionale rappresentato a volte da suoi Sostituti”.
“Il problema più grave – si afferma nella relazione – è quello di accertare se, con il sistema delle compartecipazioni, delle cariche sociali, dei raggruppamenti provvisori, dei subappalti e dei noli, e quindi in un vero e proprio sistema di scatole cinesi, imprese apparentemente “pulite” non finiscano per arricchire società e personaggi legati alla mafia che in un modo o nell’altro le controllano”.
RICOSTRUZIONE: MAFIE COLLABORANO TRA LORO
“Un dato inquietante”, secondo quanto si legge nella relazione della Dna riguardo alla infiltrazione mafiosa negli appalti post sisma in Abruzzo “é emerso dall’esame approfondito delle società collegate alla criminalità organizzata che hanno vinto gli appalti o ottenuto subappalti, autorizzati o meno”.
“Dai vari intrecci societari e raggruppamenti costituitisi per aggiudicarsi i lavori in Abruzzo (progetto C.a.s.e.) – scrive il magistrato Olga Capasso – si è potuto constatare che le diverse organizzazioni criminali non sembra si siano spartiti i singoli affari, ma compaiono, attraverso un gioco ad incastro, cointeressate allo stesso lavoro. A titolo di esempio – prosegue la Dna – una di queste società risulta consociata con altra società attraverso la quale, risalendo la catena di imprese partecipate, si arriva alla ‘Ndrangheta, alla Sacra Corona Unita e al mandamento di San Lorenzo di Cosa Nostra.
Se la società in questione non fosse stata estromessa dai lavori in Abruzzo, i relativi guadagni sarebbero stati suddivisi tra criminalità di diverse origini, ma unite nel momento di raccogliere i frutti dei loro affari”.
Il lavoro di contrasto, però, sta pagando – prosegue la relazione – “gli sforzi comuni hanno tuttavia sortito un qualche effetto, perché alcune imprese sono state dichiarate decadute. È il caso di un’Ati per contiguità a Cosa Nostra. E’ stata eliminata anche una società il cui titolare risulta socio insieme a due esponenti del clan dei Casalesi in un’altra società”, chiude la Capasso. Parimenti è stata revocata la certificazione antimafia dalla Prefettura di Roma ad una società i cui amministratori, formalmente e di fatto, sono stati arrestati per associazione mafiosa insieme ad altri componenti del clan Emanuello del nisseno.
RICOSTRUZIONE: “STATO NON ABBASSI LA GUARDIA”
“Oggi che la fase emergenziale è finita” conclude il magistrato Olga Capasso che ha stilato la relazione 2010 per la Direzione Nazionale Antimafia “e gli appalti vengono gestiti dalla Regione – che finora ne ha aggiudicato solo uno, quello per la ricostruzione del palazzo di giustizia i cui lavori non sono ancora iniziati – è auspicabile da parte dello Stato un controllo idoneo ad arginare il flusso di imprese colluse con organizzazioni criminali che si faranno avanti. Anche perché i lavori più lucrosi devono ancora iniziare e L’Aquila non sarà più sotto la luce dei riflettori come è stato fino ad oggi”. “Per questo ci sarà ancora da lavorare per anni, sempre che la cronica mancanza di denaro pubblico non impedisca la ricostruzione stessa”, puntualizza.
IN ABRUZZO TRE ZONE DI INFLUENZA
La lotta alla criminalità organizzata è ripresa con vigore dopo il sisma del 6 aprile 2009. Lo conferma la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia. Nella relazione – curata dal magistrato Olga Capasso – si spiega che il terremoto ha ostacolato la normale ripresa della attività di contrasto e che “le criminalità organizzate” sono state “le prime a riprendere fiato.
E’ ripreso il mercato della droga, lo sfruttamento sessuale delle immigrate clandestine ed i soliti episodi di corruzione, le solite rapine, le solite richieste usurarie”. Solo dopo qualche mese “con grande fatica ed abnegazione di tutti, le cose hanno cominciato a riprendere il loro corso normale”, scrive la Capasso.
La relazione fa poi uno scenario della presenza mafiosa in Abruzzo e disegna le aree di influenza della criminalità, raggruppabili in tre fasce: a) la zona costiera, con le Province di Pescara, Chieti e Teramo, la quale con lo sviluppo dell’edilizia, dell’industria e del commercio si presta ad operazioni di riciclaggio; b) la Marsica, con le città di Avezzano (L’Aquila), Carsoli (L’Aquila) e Tagliacozzo (L’Aquila), caratterizzata da una forte presenza di extracomunitari e quindi zona adatta alla commissione di reati di immigrazione clandestina e di sfruttamento della manodopera irregolare (specialmente da parte di cittadini cinesi ); c) l’Alto Sangro e la Valle Peligna con la città di Sulmona, dove si registrano presenze di personaggi legati alla camorra interessati all’acquisto di immobili ed attività commerciali soprattutto nel settore turistico ed alberghiero”.
SPACCIO DROGA: SULLA COSTA ATTIVITA’ FLORIDA
PESCARA – “Lo spaccio di droga, soprattutto cocaina, prosegue florido specialmente lungo la costa”. Lo scrive la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia riferendosi alla presenza della criminalità organizzata in Abruzzo.
“La droga arriva prevalentemente dalla Campania ed i fornitori sono immancabilmente legati alla camorra – dice la relazione – Il ruolo degli albanesi e delle famiglie di etnia rom appare essere quello dei “cavalli” e degli spacciatori al minuto sul territorio, mentre il vero mercato ed i grossi guadagni sono ormai appannaggio dei grossisti della camorra, che da vari anni, e non solo per piazzare la droga, hanno trovato nella vicina regione spazio per i loro loschi traffici”.
“Non può dirsi che la camorra abbia soppiantato gli albanesi nel settore, ma piuttosto che li abbia ” inglobati”, facendone degli alleati con i quali cooperare sul territorio e lasciando loro degli spazi di autonomia limitati. In effetti non si sono registrate introduzioni di grosse partite di droga nei porti abruzzesi e lo stesso procedimento di cui qui sotto ha permesso di accertare che lo stupefacente veniva trasportato in Italia attraverso il porto di Trieste. Gli albanesi arrivano in Abruzzo per spacciare la droga introdotta in Veneto e in Puglia, e la regione rappresenta uno dei punti finali del mercato e non il punto di partenza”, spiega la relazione.
DROGA: ROM RICICLANO IN IMMOBILI E COMMERCIO
Nella lunga relazione della Direzione Nazionale Antimafia che riguarda l’Abruzzo, un capitolo preciso riguarda “la presenza di famiglie nomadi stanziali, di etnia rom ma ormai stabilizzatesi sul territorio abruzzese da molti decenni, rappresenta un fenomeno che impegna non poco le forze dell’ordine”. Le famiglie dei Di Rocco, degli Spinelli ed altre, “sono la riproduzione in loco di quello che rappresentano i Casamonica nel Lazio, e come loro sono dedite ai più svariati reati, dagli stupefacenti introdotti nella regione dagli albanesi e soprattutto dai campani che loro provvedono a spacciare al minuto, all’usura fino alle estorsioni”.
“Il controllo della “piazza” degli stupefacenti permette il reimpiego dei proventi nell’acquisto di esercizi commerciali e immobili o in altre attività illecite, tra cui quella usuraria e quella legata al giro delle scommesse sulle corse clandestine di cavalli. Sono peraltro presumibili dei contrasti anche all’interno di queste famiglie, dato che tale Bevilacqua Ferdinando è stato vittima di un tentato omicidio a Vasto l’8 giugno 2008 da parte di due sconosciuti”.
“Soprattutto sulla fascia costiera del pescarese e del teramano – rivela la Dna – i nomadi stanziali sono attivi anche nella gestione del gioco d’azzardo, nelle truffe e nelle estorsioni. Le famiglie sono tradizionalmente organizzate in maniera patriarcale, con il capostipite più anziano che esercita l’assoluto controllo sociale ed economico sul gruppo. Ne consegue un sistema regolato da una gerarchia ben strutturata, con la designazione dei responsabili delle attività predatorie che depositano i relativi proventi al “patriarca”, a cui compete la gestione della successiva fase della ricettazione e del reimpiego nel settore immobiliare.
Infine lo stesso “patriarca” provvede alla ripartizione della ricchezza così prodotta tra tutti i gruppi a lui subordinati. Spesso è stato accertato un tipico modus operandi consistente nel depositare oro e preziosi rubati preso il Monte dei Pegni in cambio di denaro e con l’accensione di polizze di pegno. Alla scadenza dei termini di deposito si procede al riacquisto dei preziosi su base d’asta, ottenendo il duplice scopo di aumentare le fonti di guadagno e di legittimare il possesso del bene stesso”.





