L’AQUILA – Non è Donato Di Matteo l’assessore regionale con delega alla gestione delle case popolari.
A quasi un anno dalla nomina della Giunta del presidente Luciano D’Alfonso, è un “bug” clamoroso e che potrebbe comportare la nullità degli atti, quello che emerge nei confronti del titolare della delega ai Lavori pubblici, questa sì, ma che sta gestendo anche la delicatissima riforma del settore dell’edilizia residenziale pubblica, da quanto parrebbe senza averne potere.
Una mancanza fragorosa, questa della delega, tanto più perché è sempre stata lì, davanti agli occhi di tutti: risale, infatti, al 24 giugno 2014, il decreto numero 32 del presidente della Giunta che assegnava le deleghe agli assessori già nominati nel precedente atto, il decreto 31 di 5 giorni prima.
Premettendo che oltre alle funzioni proprie il presidente esercita “tutte quelle non espressamente conferite agli assessori”, D’Alfonso sceglie per Di Matteo cinque diverse tematiche: “Lavori pubblici riferiti ai territori comunali; Urbanistica; Parchi, riserve e montagna; Abruzzesici (abruzzesi residenti all’estero, ndr), emigranti e tradizioni locali; Progetti speciali territoriali; Impiantistica sportiva”.
Nel dilemma si intrecciano anche altre dinamiche: l’ingresso in Giunta di Di Matteo è stato a lungo in bilico e alla fine è avvenuto con una forzatura, come secondo dei pescaresi, perché il presidente nutriva dubbi.
Anche per questo sarebbe a dir poco singolare che tra le tante fosse stata omessa proprio la delega agli alloggi popolari, una di quelle nodali per chi si occupa di lavori pubblici.
Ma soprattutto, sarebbe pericoloso: le eventuali deliberazioni di Giunta proposte con quel potere delegato sarebbero annullabili, o meglio occorrerebbe una dichiarazione di ratifica del presidente che, in mancanza di conferimento di deleghe, resta il titolare unico.
Anche perché in questi mesi, interpretando bisogna dedurre in modo estensivo le sue deleghe, di case popolari Di Matteo si è occupato, eccome! In primis, elaborando la riforma, ancora non approvata, che abolisce le cinque Aziende territoriali per l’edilizia residenziale (Ater) e crea un’unica Agenzia regionale per l’abitato (Ara).
Una svolta discussa tanto che, per difendere i ricchi canali di finanziamento dell’Ater aquilana, “pompata” dalla necessità di ricostruzione post-sisma del 6 aprile 2009 del proprio patrimonio immobiliare, quattrini che non si vogliono drenati negli altri territori abruzzesi, Di Matteo ha rischiato perfino di dover fare a botte in un’infuocata riunione con l’inferocito consigliere regionale aquilano Pierpaolo Pietrucci, democratico pure lui.
E ancora, Di Matteo ha cercato vanamente di far approvare nel più breve tempo possibile la legge per fissare i criteri di vendita delle case popolari, una norma il cui voto è stato fatto slittare per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione, con un accordo con la maggioranza di centrosinistra e lo stesso presidente D’Alfonso che ha, di fatto, sfiduciato il proprio assessore.
Che ha predicato nel deserto di fare presto, ma non è stato ascoltato neanche in sede di promulgazione: D’Alfonso ha firmato solo lo scorso 21 maggio, 16 giorni dopo il passaggio in aula, ed è stato buggerato dal governo Renzi che, con un decreto uscito il giorno prima, il 20, si è accaparrato potere di vendita e ricchi proventi.
L’assessore-non assessore, come si vede, ha detto la sua in provvedimenti chiave del settore. E nulla ha fatto o detto il governatore per correggere, eventualmente, il comportamento del suo assessore: una sorta di silenzio-assenso.
Ma se fosse confermata la mancanza di una delega formale, quella di Di Matteo si ridurrebbe a una meno operativa “influenza”, ben minore dei poteri concreti di un componente della Giunta e quasi paragonabile, per questo comparto, all’innovativo rapporto di delega di funzioni sperimentato con il consigliere Leandro Bracco, che per l’adesione a questa novità dalfonsiana è stato cacciato dal Movimento 5 stelle ed è riparato nel gruppo misto.
Difatti,come delegato alla Cultura, estetica e creatività, Bracco può fare e disfare, suggerire e proporre, ma poi gli atti concreti che “dispongono” devono essere necessariamente sottoscritti, a pena di annullabilità, dal direttore del dipartimento e, appunto, dal componente della Giunta delegato, cioè D’Alfonso, che inizialmente aveva tenuto la delega per sé nella ripartizione.
Un giallo senza soluzione, anche perché fonti dell’ufficio stampa del Consiglio regionale (non della Giunta) hanno confermato a questo giornale che la delega per Di Matteo c’è, è ricompresa in quella più generale ai Lavori pubblici.
Una spiegazione da verificare, sperando che le strutture regionali chiariscano il mistero e fughino i dubbi sulla delega per la gestione delle Politiche abitative e case popolari, magari rettificando gli atti formali nel caso l’errore venga accertato, così da evitare rischi sui provvedimenti che l’assessore dovesse aver sottoscritto in questi mesi o vorrà sottoscrivere in futuro, a partire dalla mastodontica riforma.





