L’AQUILA – Si definisce “operatore del diritto” e parla del Referendum sulla giustizia, in programma 22 e 23 marzo, proprio quando sta per chiudere i battenti la campagna elettorale che scade a mezzanotte. Ma la notizia sta nel fatto che a prendere parte, sia pure in extremis, al dibattito, serrato nelle ultime settimane, è un nome di rilevo della magistratura abruzzese e nazionale, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale dell’Aquila, Marco Billi.

Però a fare ancora più notizia è che il magistrato, 55 anni, originario della vicina terra laziale, ormai aquilano di adozione, non si schiera con nessuna delle due fazioni in lotta. Con estrema chiarezza, aspetto non proprio diffusissimo dalle parti della magistratura, Billi, il giudice del processo della condanna della commissione Grandi Rischi post terremoto dell’Aquila del 2009, affronta ciò che va e non va in entrambi i quesiti referendari, ponendosi al centro come un giudice terzo, che poi è il suo mestiere. Da oltre trent’anni.

Nell’intervista esclusiva rilasciata ad Abruzzoweb il comune denominatore è la difesa della autonomia della Magistratura – pur ammettendo che già ora c’è un condizionamento della politica “parte della politica e alcuni magistrati appartenenti alle correnti si accordavano sulle nomine di alcuni importanti Uffici giudiziari” -, e della Costituzione, affrontando nel contempo temi concreti e di stretta attualità, come il funzionamento del sistema e la necessità di incrementare le dotazioni organiche per velocizzare i processi, modernizzando l’organizzazione.

Assicura che eserciterà il diritto di voto, invita ad andare a votare, ma non svela se scriverà Sì o No.

Billi esordisce così: “Credo fermamente nel principio della ‘separazione dei poteri’ affermato già da Montesquieu e ritengo che la nostra Costituzione abbia previsto un equilibrio ed un controllo reciproco tra i diversi poteri tra i migliori del mondo”, spiega a questo giornale.

“La Magistratura deve svolgere liberamente la propria funzione, esercitando il proprio ruolo di controllo anche sul potere politico. La ‘legge è uguale per tutti’ è un principio fondamentale, un cardine del nostro sistema democratico, una garanzia ed un presidio invalicabile per ciascuno di noi”.

E secondo il gip del tribunale del capoluogo regionale, “la questione sollevata dal quesito referendario impone la seguente domanda. Oggi, prima di conoscere l’esito del referendum, davvero si può sostenere che il sistema, così come opera in concreto, rispetta il dettato costituzionale? Per alcuni versi, purtroppo, ritengo di no. Pur riconoscendo il grande lavoro svolto dalla magistratura in Italia (per quantità e qualità del lavoro), esistono punti fortemente problematici – chiarisce -. Esiste, già da ora, una consolidata area di interferenza, di sovrapposizione tra politica e magistratura e, dunque, di condizionamento, della politica sulla magistratura”.

Billi entra nel merito con un pensiero non equivocabile: “Esistono delle zone grigie nelle quali politica e magistratura si fondono in un qualcosa di indistinto che rappresenta non solo una cattiva politica, ma anche un esercizio distorto del proprio ruolo da parte della magistratura e che determina una alterazione dell’assetto e degli equilibri tra poteri. Mi riferisco, in particolare, a quella parte delle correnti dell’Associazione nazionale magistrati che, di fatto, svolge attività politica nel senso meno nobile del termine”.

“Non contesto la suddivisione in delle correnti magistrati all’interno dell’Anm, in quanto ciascuna corrente può e deve esprimere la propria visione sull’organizzazione della giustizia, sull’interpretazione delle leggi e rapportarsi, dal proprio angolo visivo, con la ‘politica giudiziaria’. Quello che contesto, invece, è l’intervento condizionante di certa parte delle correnti in tema di carriera dei magistrati e di esercizio del potere disciplinare. Non approvo il fatto che gli incarichi direttivi, in particolare per le Procure della Repubblica, che alcuni posti ritenuti ‘ambiti’, che le valutazioni positive di professionalità, che il percorso disciplinare del singolo magistrato possono o devono passare dall’adesione a questa o a quella corrente e che le decisioni del Consiglio superiore della magistratura su tali questioni possono essere assunte con un criterio spartitorio tra le varie correnti”.

“Il magistrato esposto a queste vicende – spiega ancora Billi – è indubbiamente condizionato e il sistema risulta fortemente indebolito. La vicenda di Luca Palamara e dell’hotel Champagne, sotto tale profilo, risulta emblematica”.

Il punto è centrale nel pensiero di Billi che, infatti, rincara la dose: “Parte della politica e alcuni magistrati appartenenti alle correnti si accordavano sulle nomine di alcuni importanti Uffici giudiziari. Ecco la sovrapposizione dei ruoli, la comunanza di scopi, l’impossibilità concreta di distinguere il politico dal magistrato. Su questo aspetto ritengo sia doveroso intervenire. È da quando sono entrato in magistratura che, ad ogni elezione del Csm, si presenta un qualche candidato rivendicando la propria libertà da condizionamenti politici, la propria totale indipendenza da logiche di schieramento. Già solo questo dato storico rende evidente che il problema esiste da decenni”.

Ed ancora: “Il punto non è tanto, a mio avviso, il legame tra pubblici ministeri e gip. Si dice che il vulnus deriva dal fatto che pm e gip hanno fatto lo stesso concorso, sono colleghi e che, pertanto, il gip è appiattito sul pm. È stato diffuso il dato della percentuale elevata di accoglimento, da parte del gip, delle richieste di convalida, di misura cautelare, di intercettazione o di proroga di indagine del pm”.

“La percentuale (circa il 45%) di assoluzioni al termine di lunghi processi renderebbe evidente l’ingiustizia dell’esposizione dei privati ​​cittadini al meccanismo giudiziario. Il dato, però, deve essere letto – continua il magistrato – conoscendo cosa è un processo penale e come funziona. Il gip assume una decisione sulla base di elementi indiziari raccolti dal pm, mentre la decisione del giudice (condanna o assoluzione) viene assunta dopo un processo nel corso del quale devono essere raccolte delle prove nel contraddittorio delle parti. È successo nella quotidianità che alcuni aspetti, che durante le indagini preliminari risultavano sufficientemente confermati dal quadro indiziario, sono poi risultati smentiti dalle prove del dibattimento. In tali casi, sono corrette tanto la decisione del gip (confermativa della richiesta del pm) quanto quella assolutoria del giudice dopo il dibattimento, in quanto si fondano su presupposti diversi”.

Secondo Marco Billi “non si tratta di appiattimento, ma di materiale probatorio diverso. Il dato che andrebbe esaminato, semmai, è quello della percentuale di assoluzione a fronte di decisioni conformi del gip su richieste del pm in abbreviato, a piattaforma probatoria immutata”.

“Del resto – continua -, se si devono separare i pm dai giudici per evitare condizionamenti dei gip da parte dei pm, allora perché non si ritiene necessario separare i gip dai giudici del dibattimento o da quelli del riesame, oi giudici di primo grado da quelli di appello? Chi decide per secondo, in astratto, può sempre essere esposto al condizionamento di chi ha deciso (o fatto la richiesta) prima”.

Per il magistrato abruzzese, la questione sollevata dal quesito referendario impone anche un’altra domanda.

“Domani, in caso di esito positivo del referendum (vittoria del Sì), cosa cambierebbe? Nulla sotto il profilo della efficienza, della produttività e della tempestività della macchina giudiziaria, atteso che su tali aspetti la riforma (purtroppo) non incide. La separazione delle carriere, tuttavia, indebolirebbe (ulteriormente) la magistratura, aumenterebbe le possibilità di condizionamento e di interferenza della politica. Nella riforma Nordio non è scritto, testualmente, che il pm, una volta attuata la separazione, dovrà essere subordinato al potere esecutivo”.

“Nel 2020, tuttavia, la dottoressa Giusi Bartolozzi (attuale capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia) ha depositato una proposta di legge costituzionale per la modifica dell’articolo 112 Costituzione, in tema di obbligatorietà dell’azione penale. La proposta prevedeva che ogni tre anni il Governo (su proposta del Ministero della Giustizia di concerto con il Ministero dell’Interno) presentasse un disegno di legge indicante i criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale. Il tema, dunque, non è del tutto eccentrico rispetto al quesito referendario, ma ne costituisce il naturale e logico sviluppo ed è nell’agenda della politica. Del resto, nei vari Paesi dove le carriere tra giudici e pm sono separate, il pm subisce il controllo del potere esecutivo. Forte è, inoltre, il dibattito politico sull’opportunità di sottrarre il controllo della Polizia Giudiziaria dal pm al potere esecutivo, con inequivocabili dichiarazioni di autorevoli esponenti politici sul punto”.

E qui un altro punto importante della analisi “super partes” del Gip: “Il dubbio, purtroppo concreto, da operatore del diritto è che, una volta eliminata l’obbligatorietà dell’azione penale e sottratto al pm il controllo della Polizia Giudiziaria, le indicazioni della politica non consentiranno (se non in casi marginali) un controllo effettivo della magistratura sulla politica. La legge, in altri termini, sarà uguale per tutti, ma per alcuni potrà essere più uguale. In sostanza il rimedio che si dice di volere, sarebbe peggiore del male che si vuole curare”.

“Allora cosa credo che si debba fare? – chiede Billi – Sicuramente la magistratura deve promuovere nel suo cammino di riforma interna, di rafforzamento delle difese della propria indipendenza e di ostacolare a tutte quelle tentazioni di avvicinamento dei magistrati alla politica che ne danneggiano l’immagine e ne frustrano la funzione. Dal punto di vista della politica, auspico interventi legislativi che, a differenza di quello sul quale siamo chiamati ad esprimere il voto referendario, non facciano correre il rischio di condizionamenti ulteriori e più gravi rispetto a quelli già esistenti, ma che consentono a tutti noi magistrati di poter lavorare meglio ed in serenità, magari con più strumenti e maggiori dotazioni di personale (anche per quanto riguarda la Procura generale)”.

Sull’altro cavallo di battaglia della campagna elettorale aggiunge: “la responsabilità civile è già in essere dal 1988, paga lo Stato e c’è la azione di rivalsa verso il magistrato in caso dolo o di colpa grave. Si vuole inserire la responsabilità diretta che potrebbe essere utilizzata però come strumento intimidatorio”.

E in conclusione: “Vado a votare e invito tutti i cittadini ad esercitare il diritto. Come voterò? Preferisco non dirlo ma andrò a votare”.