PESCARA – “La magistratura è entrata in crisi per il sistema correntizio dell’Ordine che amministra e non governa la giustizia, e questo ha messo a nudo le criticità. La riforma nasce da una esigenza di ordine pratico, di acquisita neutralità dei giudici. Il criterio con cui scegliamo il nuovo ordinamento tiene conto della territorialità, dell’esperienza, sono inutili gli strepiti a cui stiamo assistendo. Sicuramente è una riforma che nasce da un Governo che non ci piace, ma è un primo passo e, come per tutte le riforme, era importante partire, se vince il ‘No’ è sicuro che per altri trent’anni non potremo toccare palla sulla giustizia”.
Lo afferma Bobo Craxi, della segretaria nazionale del Psi e presidente del comitato Si del Partito socialista, nel corso di un evento in favore del ‘Sì’ al referendum, che si è svolto a Pescara.
Secondo Craxi è necessario “opporre a un ‘No’ emotivo un ‘Sì’ ragionato e con la ragione intendiamo sviluppare una linea coerente nell’approccio politico-culturale sulla riforma della giustizia, che in realtà tocca qualche articolo della Costituzione, ma si completa il disegno riformatore avviato da Vassalli nell’89, poi proseguito con l’articolo 111 del ’99 sul giusto processo”.
“Quell’articolo – osserva – significa che ci dev’essere un pubblico ministero che ti accusa, un avvocato che ti difende e un terzo giudice che ti giudica. Ma se giudice e pm appartengono alla stessa carriera inevitabilmente sono compagni di cordata, se vivono nello stesso palazzo la terzietà del giudice va a farsi benedire”.
L’esponente del Psi parla di un referendum che “determina anche un passaggio politico culturale per il corpo giudiziario, per l’ordine giudiziario, non per il potere giudiziario” e che “il punto di partenza di squilibrio tra poteri è nato perché la magistratura ha dato la sensazione negli ultimi 30 anni di uscire dal proprio perimetro”.
“Io vorrei che non si occupassero del referendum sulla giustizia né i politici né i magistrati. Questa riforma – conclude Craxi – non risolve tutti i problemi della giustizia, ma indica una direzione di marcia, che dev’essere la chiusura di una fase storica, anche di conflitto tra magistratura e politica. I poteri funzionano, gli ordini funzionano se esiste un equilibrio”.





