L’AQUILA – “C’è una fascia di popolazione che non ha votato in passato, e probabilmente non voterà in futuro, che si è espressa in una sorta di voto anti-sistema che oggi riguarda il centrodestra e domani potrebbe riguardare il centrosinistra. Detto questo, L’Aquila è tra tutti capoluoghi di regione d’Italia quello in cui il Sì incassa la percentuale più alta. Ma le elezioni regionali e comunali sono un’altra partita. Lì entrano in gioco le valutazioni sull’operato quotidiano e sul coraggio delle scelte fatte, sulla capacità di immaginare un futuro di opportunità e crescita per i nostri giovani, rispetto all’inattività delle precedenti amministrazioni, al rifiuto del conservatorismo degli attivisti della domenica, all’oscurantismo propositivo e ai polemisti militanti”.
A urne chiuse, a due giorni dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia, il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, in un’intervista al Centro, traccia un primo bilancio difendendo l’impostazione del governo sulla riforma e puntando il dito contro quello che definisce “un clima di polemica e disinformazione” che avrebbe condizionato il dibattito e anche il voto referendario.
Non solo, da esponente di spicco del partito guidato dal premier Giorgia Meloni – eletta proprio all’Aquila e oggi alle prese con un terremoto politico accelerato dal referendum che ha portato a dimissioni di peso nel Governo – il primo cittadino, responsabile nazionale Enti locali di FdI, già al suo secondo mandato, si lancia in previsioni in merito alle elezioni amministrative in programma nel 2027 nel capoluogo regionale.
“I frutti di questo lavoro e della sfida di rendere L’Aquila una Capitale italiana della Cultura si vedranno alle elezioni comunali dell’anno prossimo, quando il centrodestra si presenterà di nuovo al cospetto degli elettori unito, solido e con le idee chiare, certo che verrà di nuovo premiato dai cittadini. Perché gli aquilani non hanno bisogno degli ‘ululanti’ che in queste ore hanno girato per la città con la bandiera sovietica. Segno che non sanno né vincere né perdere. Sono sicuro che si guarderanno bene dal consegnare la città a questi relitti della storia”.
Sul suo futuro aggiunge: “Nella mia vita politica ho già ottenuto quanto di più bello potessi immaginare: fare il sindaco nella mia terra. Sono a disposizione di questa straordinaria comunità che mi ha reso l’onore di poterla guidare. Non ho smanie o ambizioni particolari: la politica è una mia passione e non la mia professione. Non la vivo come un’ossessione. Se mi verranno concesse delle opportunità posso garantire che le coglierò con l’impegno e la dedizione di sempre”.
Tornando al referendum: “al di là del risultato in sé, rappresenta un significativo ritorno alla partecipazione dei cittadini. È come se la democrazia avesse ritrovato, attraverso questo referendum e con il governo Meloni, quella lucentezza resa opaca da anni di governi ‘confezionati’ nei salotti romani che si componevano e scomponevano senza offrire chiarezza di programmi e obiettivi. Il fatto che si sia potuto svolgere un referendum costituzionale lo sta a dimostrare. Ormai, infatti, solo governi di legislatura sono in grado di assicurare i percorsi lunghi di cui necessitano riforme costituzionali che non siano fatte sull’onda emotiva delle pulsioni del momento”.
“La riforma del Titolo V, per esempio, nacque dall’esigenza di dare una risposta all’avanzata prepotente dei temi federalisti introdotti dalla Lega. Ancora: il referendum di Matteo Renzi ebbe origine dal suo delirio di onnipotenza di acquisire i pieni poteri dello Stato, mentre quello sul taglio dei parlamentari venne dal disperato tentativo grillino di mantenere percentuali che andavano svanendo. Per la prima volta, invece, un governo fa una scelta naturale: dare attuazione a un programma con cui si è presentato agli italiani e che prevedeva, tra le altre cose, la riforma della giustizia in senso meritocratico”.
E ancora: “Credo che il dibattito sia stato inquinato da una minoranza rumorosa e dal chiasso che la sinistra ha fatto sull’argomento cercando di deviare l’attenzione dai contenuti reali della riforma. Il torto non lo hanno fatto al centrodestra, ma ai cittadini italiani che non hanno potuto assistere a un confronto sereno sui contenuti”.
“Il problema è che anche alcuni esponenti di centrodestra sono caduti nel tranello e hanno ribattuto utilizzando gli stessi toni, legittimando le fake news che parlavano di ‘attentato alla Costituzione’, ‘limitazione dell’indipendenza della magistratura’ e ‘sottomissione dei pubblici ministeri all’esecutivo’. Nulla di tutto ciò era scritto nella riforma e a pagarne le spese saranno le generazioni future. Si corre il rischio, infatti, che da oggi in poi un governo, prima di fare delle riforme costituzionali, benché necessarie, ci pensi due volte”.
“Ha pesato lo scenario internazionale. Come Occidente stiamo dimostrando che non siamo preparati alla fine della ‘lunga pace’ e, in questi anni, abbiamo preferito illuderci che gli equilibri mondiali potessero rimanere immutabili. Ecco, la vittoria del NO, è come voler dire preferiamo restare in una ‘comfort zone’ di certezze, mantenendo le cose come stanno, a iniziare da una riforma che non andava a intaccare i principi fondamentali della nostra Costituzione, ma a migliorare l’organizzazione della giustizia”.
Rispetto alla crisi di Governo: “Il presidente Meloni ha dichiarato sin dall’inizio che questo referendum non avrebbe prodotto contraccolpi al governo che concluderà la legislatura nell’interesse primario del Paese. Una scelta di grande coraggio e determinazione, soprattutto in questi tempi gravidi di tensioni per la ridefinizione geopolitica del mondo. Per il ministro Carlo Nordio vale esattamente quanto detto per il Presidente Meloni. Fa parte di un esecutivo che ha un programma di governo, lo ha semplicemente messo in atto. Sono finiti i tempi di governi che facevano all-in sui passaggi intermedi alle spalle degli italiani”.
E sulle immagini dei magistrati che brindano e scendono in piazza intonando “Bella ciao”: “Credo che un magistrato debba dimostrare più di ogni altra cosa equilibrio, sobrietà e riservatezza, che mal si conciliano con festeggiamenti sguaiati e addirittura cori da stadio contro una collega semplicemente perché portatrice di un’opinione diversa. Con quale serenità di giudizio potrà, un domani, valutare, magari, un rappresentante delle istituzioni che legittimamente si è espresso per il Sì? In questo momento il mio rispettoso pensiero va al giudice Mario Tradardi, martire della Resistenza, sostituto procuratore all’Aquila nel 1936. Eccezionale lavoratore, uomo austero e integerrimo, viene ricordato come un magistrato apprezzato per il rigore e il suo essere convintamente super partes. Un Tradardi, al giorno d’oggi non si sarebbe mai messo a saltellare, ripreso da un cellulare, mentre dileggia un collega”.





