ROMA – “Lasciatemi esprimere la gratitudine che vi debbo per avermi eletto con così largo suffragio presidente della Repubblica. È un segno di rinnovata fiducia che comprendo anche se sottopone a seria prova le mie forze”.
Queste le prime parole del riconfermato Giorgio Napolitano, dodicesimo presidente della Repubblica italiana.
L’ingresso dell’88enne capo dello Stato è stato salutato da un lungo applauso.
Dopo il giuramento, come da prassi ha tenuto il breve discorso inaugurale, subito dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua.
“Scelta pienamente legittima, ma eccezionale”: così Napolitano ha definito la sua inedita rielezione, la prima nella storia d’Italia.
Mi avete chiamato a un secondo non voluto e faticoso mandato “per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale”: è quindi l’ora di trovare “intese condivise” anche perché se mi troverò ancora una volta di fronte a una serie di veti, alla “sordità” delle forze politiche, “non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”.
Cioè sciogliere le Camere e cercare una maggiore governabilità con un nuovo Parlamento.
Questo è il passaggio più politico del lungo discorso di insediamento di Giorgio Napolitano accolto dai Grandi elettori con tanti applusi della grande maggioranza dell’aula e il vistoso immobile silenzio dei parlamentari grillini.
Duro e impietoso nel segnalare gli errori compiuti dal mondo della politica negli ultimi vent’anni, il presidente della Repubblica non ha fatto sconti a nessuno, richiamando i parlamentari del M5s a cercare il confronto, anche aspro, in Parlamento e mai nelle piazze.
“Basta tatticismi e proteste sterili”, avverte il capo dello Stato che, pur difendendo il ruolo dei partiti aggrediti “da campagne di opinione demolitorie”, non ha risparmiato un “j’accuse” a tutto tondo contro i leader gravemente responsabili “di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme”.
Prima fra tutte “l’imperdonabile” non riforma della legge elettorale alla quale il presidente ha dedicato un intero passaggio del suo applauditissimo discorso.
Immobili in aula c’erano anche Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani, i bersagli più diretti degli strali presidenziali sull’immobilismo riformatrice.
Ma non c’è tempo per voltarsi indietro per segnare con la matita rossa i tanti errori del recente passato: Giorgio Napolitano è già proiettato alla formazione del nuovo Governo con le consultazioni che potrebbero partire già domani.
Non si fa “illusioni” il presidente, sa che la scena politica è vicina al punto di rottura.
Ciò detto Napolitano precisa che eserciterà questo nuovo mandato con “accresciuto senso del limite e immutata imparzialità”.
La moglie Clio in tribuna applaude composta il marito dei record, e si commuove quando lui parla del peso della nuova “prova” che l’attende.
Il tempo stringe e Napolitano sferza i partiti, e molte delle sue parole sono dirette al cuore e alla pancia dei tanti parlamentari del Pd che in queste ore vagano nell’incertezza delle scelte da compiere.
“Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui ha bisogno improrogabile” l’Italia, premette Napolitano che, impietoso, illustra lo stato dell’arte senza nulla mascherare.
“È ora di fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del Paese”, ricorda poco prima di giurare per la seconda volta.
“Piaccia o non piaccia”, questo è il nocciolo del ragionamento, nessun partito può governare da solo e tutti “devono fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni”.
E questi risultati, ripete il rieletto presidente, tra gli applausi prevalenti del centrodestra, “indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia”.
Poi anche chi rimarrà fuori, all’opposizione, cioè M5s, può cercare “intese più ampie” per “dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale”.
L’ultima cosa che vuole il presidente è riportare l’Italia alle urne e per questo più e più volte richiama i partiti alla “responsabilità”.
Ora è davvero arrivato “il tempo della maturità” per trovare una larga intesa.
“Altrimenti prenderò atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata”. Giorgio Napolitano si ritrova adesso con l’arma che gli mancava poche settimane fa, quella del potere dello scioglimento.
E, suo malgrado, oggi ha minacciato di usarla.
Anche se lo scioglimento è quanto di più lontano dai suoi desideri. “Ma non è per prendere atto di questo – spiega infatti il presidente – che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento. L’ho accolto perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno”.
E nel discorso di insediamento Napolitano ha voluto anche chiudere sul nascere polemiche su sul ruolo che porterebbe a un commissariamento della politica o a un presidenzialismo di fatto.
“Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’art. 94 della Costituzione: un governo che abbia la fiducia delle due Camere. A esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune”.
E la tempistica gioca un ruolo importante in questo denso intervento che vara il Napolitano-bis: se sarà il governo che nascerà a confrontarsi con i tempi della sua sopravvivenza, ovviamente Napolitano non pone limiti al suo settennato.
Se non un accenno tutto da interpretare: resterò “fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”, si limita a dire.
Se l’Europa e l’Euro non si discutono, il presidente non manca di tornare su alcuni dei temi che hanno segnato il suo precedente mandato: la disoccupazione, il disagio sociale, il terribile e perdurante “gap” delle donne, i casi di suicidio a causa della crisi.
Crisi che non si può battere, conclude, quando è evidente che “hanno finito per prevalere contrapposizioni, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi”.
Domani le consultazioni, le forze politiche non possono dire di non conoscere il pensiero del presidente.
“Non sono qui per farmi fotografare”, “Non vi abbandonerò” e “È tempo di ricostruire la città dentro e non fuori”.
Queste le frasi simbolo di alcune delle otto visite in Abruzzo e segnatamente all’Aquila del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che oggi ha giurato di nuovo a Montecitorio dopo essere stato rieletto, primo caso nella storia.
La prima visita in assoluto risale al 21 giugno 2007, in occasione del 233° anniversario della fondazione della Guardia di finanza. Una cerimonia sotto un sole cocente, con molti allievi ufficiali che svenivano per la spossatezza, fermi da ore in picchetto. Ci fu poi un incontro istituzionale a palazzo dell’Emiciclo.
La prima visita post-sisma, invece, risale all’immediatezza della scossa del 6 aprile 2009, con le macerie ancora fresche. Il 9 aprile, dopo aver incontrato la governance dell’emergenza, Napolitano visitò la Basilica di Collemaggio, semidistrutta, e la Casa dello studente, dove erano morti 8 giovani. A Onna, paese simbolo del sisma con 40 morti, la critica ai giornalisti. “Fatevi da parte”, “non rompete”, “non sono qui per farmi fotografare”, i chiari inviti rivolti alla stampa.
Il giorno successivo, 10 aprile, il ritorno per i funerali solenni di 205 delle 309 vittime della tragedia.
A luglio fu organizzato all’Aquila il G8 con i grandi leader europei convenuti in città, in particolare nella cittadella delle Fiamme Gialle. E il 9 luglio 2009 offrì un pranzo ai suoi colleghi capi di Stato e di governo.
Anche il 6 settembre 2009, quattro mesi dopo il terremoto, una quinta visita nel capoluogo, per il concerto diretto da Riccardo Muti ed eseguito dalle istituzioni musicali cittadine a chiusura della rassegna musicale “Campi sonori – prologo della rinascita”.
Il ritorno di Napolitano c’è stato 6 aprile 2011, per il secondo anniversario del sisma, quando partecipò alla messa solenne ancora dentro Collemaggio. “Gli aquilani non devono avere la paura di essere dimenticati – disse – perché, per fortuna, la coscienza civica del nostro Paese e degli italiani non è al di sotto del dovere del ricordo e della vicinanza”.
Settimo appuntamento con il presidente il 21 giugno 2012, in occasione del 238° anniversario della fondazione della Guardia di finanza, celebrato nella Scuola ispettori e sovrintendenti del corpo alla periferia Ovest del capoluogo.
“Lei non governa il caldo”, la battuta al sindaco Massimo Cialente in riferimento alla prima visita, quella del 2007, per poi tornare serio: “Ricordo di essere stato qui per un’altra cerimonia, molto triste”, ha detto brevemente facendo riferimento ai funerali solenni.
L’ottava visita il 7 ottobre 2012, che si pensava potesse essere quella di congedo in vista della scadenza del mandato, per l’inaugurazione della prima grande opera costruita ex novo in città, l’Auditorium del Parco del Castello progettato dal noto architetto Renzo Piano e aperto da un grande concerto di Claudio Abbado.
E qui c’è stato l’invito a ricostruire il centro e non il “fuori” della città, interpretato come una bocciatura delle new town berlusconiane.
“È tempo di pensare a ricostruire la città al di là di precedenti esperienze che puntavano piuttosto a costruire fuori. Oggi costruiamo dentro e mi pare la strada giusta”.
Doveva essere il saluto dell’inquilino del Quirinale all’Aquila e all’Abruzzo. Ora chissà che non ci possa essere un nono incontro.





