L’AQUILA – Una mostra chiamata desiderio: proseguirà fino al 28 ottobre a cura dell’associazione culturale Opus, presso “L’Asilo Occupato” in via Duca degli Abruzzi la collettiva di arte contemporanea a cura di Piotr Hanzelewicz con gli artisti Elio Castellana, Riccardo Chiodi, Anthony Gingilli, Pelin, Cindy Salvati e ShowMe.
La mostra ad ingresso gratuito, può essere visitata tutti i pomeriggi a partire dalle ore 18,30.
“Alla domanda – spiega il curatore Hanzelewicz – quando il desiderio di guardare diventa pornografia, sembrava già rispondere Marcel Duchamp nel suo puntuale ritorno all’arte dopo venti anni di scacchi. L’Étant donnés è un dispositivo voyeuristico in cui da un portone chiuso si può sbirciare un’installazione che allude esplicitamente a L’origine du Monde di Gustave Courbet. Tuttavia la risposta duchampiana tocca ma non intacca il nostro immaginario collettivo. Non a sufficienza”.
A seguire, nella sua intererezza, l’introduzione tematica di Hanzelewicz
Due sono i macrotemi su cui si muove la collettiva proposta negli spazi espositivi dell’Asilo Occupato dell’Aquila.
La tematica del desiderio e della costruzione intrigante dello stesso, mette al vaglio la trasformazione culturale della malizia in morbosità.
Alla domanda “quando il desiderio di guardare diventa pornografia?” sembrava già rispondere Marcel Duchamp nel suo puntuale ritorno all’arte dopo venti anni di scacchi. L’Étant donnés (1969) è un dispositivo voyeuristico in cui da un portone chiuso si può sbirciare un’installazione che allude esplicitamente a L’origine du Monde (1866) di Gustave Courbet. Tuttavia la risposta duchampiana tocca ma non intacca il nostro immaginario collettivo.
Non a sufficienza.
Recenti (per non dire sempreverdi) fatti di cronaca, suggeriscono alla domanda “quando il desiderio di guardare diventa pornografia?” risposte aberranti. Christian Caliandro (“Italia Revolution. Rinascere con la cultura”, Bompiani, 2013), accanto ad altri, individua nell’episodio di Vermicino il punto di non ritorno di una morbosità collettiva privata di un’educazione emotiva. Un’intera nazione partecipa dell’ingresso drammatico in un buco. Un buco umido, nero.
È un fatto privato che diventa pubblico.
Da dentro il buco si sente una voce che viene registrata e trasmessa in diretta nelle case di milioni di persone appese a quell’edizione straordinaria permanente. Alfredino diventa subito figlio par exellance.
Entrare ed uscire continuamente da quel buco davanti ad un’intera nazione attonita, getta le fondamenta della grammatica della pornografia nei media.
Infilare immagini nelle case. Con prepotente sensibilizzazione. E se i media toccano altri buchi neri, li lacerano con sapiente violenza. Manca il contenitore formativo capace di dare senso, una chiave di lettura che inanelli i passaggi culturali di cui si è vittime e contemporaneamente complici. In cui non i protagonisti, ma i fruitori diventano vittime complici.
Muore suicida XXXXXX schiacciata dalle conseguenze sociali di un video porno che la vedeva protagonista. XXXXXX stuprata per tre anni in un paese in cui si dice “se l’è cercata”.
XXXXXX filmata dalle amiche mentre subisce una violenza carnale. Senza troppa ansia da prestazione, a breve la lista verrà allargata e sarà solamente un emerso, la punta dell’iceberg di una società frustrata dai pregiudizi che in apparenza difende.
Per quel che riguarda invece il secondo macrotema, binario parallelo di quanto detto finora, binario su cui si muove “Una mostra chiamata desiderio”, ho deciso di semplificare il fenomeno della costruzione del desiderio in un percorso lineare fatto di produzione di immagini.
Nel mondo fluttuante del medioevo giapponese (che corrisponde per sommi capi fino al nostro Ottocento) gli shunga supplivano alla solitudine dei meno abbienti, che non potevano permettersi l’accesso ad una casa di piacere. Avevano anche altre funzioni, fino pare, a quello di feticci apotropaici.
Costruendo in maniera tutt’altro che meticolosa il percorso lineare, dai shunga passiamo ai manga dove, come nel fumetto, l’immagine viene inserita in un contesto narrativo. C’è dunque una storia in cui è possibile ritrovarsi, fingersi, immaginarsi.
Di lì potremmo fantasticare sul passaggio alle riviste porno, dove da un lato le foto, dall’altro i testi, costruiscono un immaginario in cui depositare la propria fantasia. Infine l’immagine in movimento nel lento e poi veloce passaggio dai cosiddetti film svedesi a quelli d’autore fino all’avvento del porno in rete. Internet, in quanto a fruibilità, va a incidere (molto più che il passaggio dalla pellicola al digitale) sui contenuti nella mutazione dai film a luci rosse ai gonzo. In questi ultimi la narrazione è sostituita da una funzione meccanica dell’immagine.
Tale funzione, per quanto permetta all’utente di agire il proprio piacere, ne inibisce la capacità di immaginare, di produrre se stesso in una fantasia. Viene messo da parte l’intrigo volto alla costruzione di un immaginario del proprio desiderio: si è macchina di sè.
La linea di questo binario richiama (per parafrasi) l’analisi critica di Jonas Mekas sul cinema narrativo hollywoodiano in cui, in una distinzione tra video, film underground e cinema, Mekas individua una graduale tensione verso la passività del ricevente.
Se dunque, generalizzando, ci si autoinibisce nella meccanica dell’onanismo privato nutrendo il senso della vergogna dell’atto pubblico, se si considera deviante un atteggiamento che viene disinibito e liberato, se si condanna il gesto di pienezza e si sceglie la censura come pratica di democrazia, che dire, signore e signori, abbiamo perso l’ultimo treno per il nostro desiderio. A questo punto cerchiamo almeno di vedere “Una mostra chiamata desiderio”.
Di certo Elio Castellana, Riccard O Chi Odi, Anthony Gingilli, Pelin Santilli, Cindy Salvati, ShowMe Shomi Disagio non ci confezionano delle soluzioni. Assaporando tuttavia l’immaginario che presentano in “Una mostra chiamata desiderio”, possiamo cogliere suggestioni e ispirazioni, quasi dei segnali stradali sul nostro percorso di costruzione del desiderio, magari lontano dai pregiudizi sessisti di una porno società.






