L’AQUILA – Potrebbe essere pronto per novembre il bando pubblico per la vendita dei puntellamenti post-sismici, di proprietà del Comune dell’Aquila, che una volta smontati dalle abitazioni inagibili, che attualmente imbragano e mettono in sicurezza, potrebbero fare entrare nelle casse dell’erario decine di milioni di euro.
Sarebbe una parte significativa dell’esborso record, solo per gli edifici comunali, di oltre 210 milioni di euro, a cui si aggiungono le opere di messa in sicurezza che hanno fatto capo al Provveditorato e alla Curia, per un totale stimato di 500 milioni.
Come evidenziato da AbruzzoWeb, questi lavori sono stati affidati nella prima fase dell’emergenza post-sismica, a chiamata diretta e senza gara, in nome della somma urgenza, ma poi in molti casi svolti dalle ditte senza fretta, e consegnati anche dopo due anni.
E le dinamiche caotiche dei questa modalità di affidamento dei lavori potrebbero ora complicare anche l’auspicata operazione di vendita. Notizia del bando imminente viene confermata dall’assessore alla Ricostruzione Piero di Stefano.
“Con questa operazione – spiega l’assessore – contiamo di incamerare molti milioni, appetibili sul mercato saranno soprattutto gli elementi in acciaio, più difficile valorizzare i puntellamenti di legno. Tengo a sottolineare che, però, in non pochi appalti i puntellamenti sono stati già acquistati dalle ditte, che nell’offerta hanno aggiunto questa clausola, da noi caldeggiata”.
Non sarebbe il primo tentativo: il Comune aveva indetto un bando nel novembre 2013, ma poi è stato ritirato a maggio 2014 per problemi di natura tecnica.
Significativa la motivazione della revoca: “Rilevata la mutata valutazione della situazione di fatto, atteso che i materiali oggetto di risulta possano essere catalogati e suddivisi in base alla loro specifica tipologia, prefigurando una nuova valutazione dell’interesse pubblico; ritenuto quindi opportuno differenziare i materiali di cui sopra in una nuova procedura a evidenza pubblica che, nella nuova valutazione dell’interesse pubblico originario, risulterà più adeguata e idonea per l’affidamento del servizio in oggetto […] si determina […] di procedere alla revoca in autotutela”.
Si suppone quindi che ora i tecnici del Comune siano riusciti a suddividere “i materiali oggetto di risulta in base alla loro specifica tipologia”.
L’urgenza dellla dismissione delle opere di messa in sicurezza è dovuta anche al fatto che esse non sono eterne, e anzi in alcuni casi potrebbero non solo non svolgere la loro funzione, ma anzi rappresentare esse stesse un pericolo in caso di crolli, come avvenuto di recente all’altezza dell’ex Convitto nazionale.
Tuttavia, taglia corto Di Sfefano, “è una follia solo pensare di spendere altri soldi per la manutenzione dei puntellamenti”.
“Gli unici costanti monitoraggi e manutenzioni vanno concentrati nelle cosiddette ‘zone verdi’, accessibili ai cittadini. Nelle ‘zone rosse’ non ha senso intervenire, lì nessuno può pensare di muoversi in piena sicurezza, il cittadino semplicemente non deve accedervi – fa notare – La manutenzione non è un processo facile, se parliamo di stringere le cinghie che imbragano un palazzo è un conto, ma in altri casi, vedi le travi a doppia T, si dovrebbe sostituire tutto, con costi immani. Non abbiamo scelta: bisogna accelerare con i cantieri, e smontare una volta per tutte i puntellamenti e venderli al migliore offerente per fare cassa”.
Sorge, però, un problema: i puntellamenti sono una ricchezza del Comune, ovvero dei cittadini, che non sono contenuti in una cassaforte, ma dispersi in centinaia di cantieri ed edifici. E nessuno sa esattamente a quanto esattamente ammonta questo tesoro.
Una delibera del Comune stabilisce infatti che la ditta che smonta le opere di messa in sicurezza deve riconsegnare il materiale al Comune ed esso deve corrispondere a quello che è stato computato, per farsi pagare, dalla ditta che quei puntellamenti li ha montati.
Una “delibera pericolosa”, secondo il consigliere Ettore Di Cesare di Appello per L’Aquila, e la sua argomentazione getta implicite ombre su come sia stata gestita la partita milionaria dei puntellamenti all’indomani del sisma.
“Chi ci assicura – si chiede Di Cesare – che il numero di giunti e tubature dichiarati dalla ditta sia corrispondente a quella effettiva? In quella fase concitata, in cu in controlli erano pochi e a campione, non si può escludere che qualche ditta abbia dichiarato più materiale di quello che ha collocato”.
E il risultato sarebbe, secondo Di Cesare, l’esplodere di contenziosi.
“Immaginiamo il seguente scenario: una ditta che ha preso l’appalto di ricostruzione dell’edificio smonta i puntellamenti e riconsegna al Comune 70 giunti, ma al Comune, in base ai rendiconti in suo possesso, rilasciati dalla ditta che ha montato i puntellamenti, ne risultano 100. Chi ha sottratto del materiale, o ha commesso errori, la prima o seconda ditta? Chi può verificarlo con certezza?”.
Unica soluzione sarebbe dunque una nuova delibera in cui si preveda, almeno per i nuovi cantieri da assegnare, i controlli puntuali e l’esatto computo del materiale prima della consegna dei lavori, da parte di tecnici incaricati dal Comune.
In questo modo si effettuerebbe, nello stesso tempo, un controllo a posteriori sull’operato della ditta che effettuò le opere di messa in sicurezza, e un controllo preventivo sulla futura riconsegna da parte della ditta che ha preso l’appalto di ricostruzione dell’edificio.
“Se in fase di rendicontazione e quindi di pagamento – ribadisce Di Cesare – una ditta dichiarò di aver utilizzato per un puntellamento tot giunti metallici, quando si andrà a stoccare e vendere quei giunti si dovrà verificare che siano tot, non uno di meno”. Filippo Tronca






