L’AQUILA – Sono prefetture, questure, motorizzazione civile, sedi Inps, Inail e tutte le altre diramazioni degli organi periferici dello Stato organizzati su livello territoriale il vero obiettivo del riordino delle province decise dal governo.

A riforma ultimata, quindi, in Abruzzo anche questi uffici saranno dimezzati e seguiranno le sorti dell’accorpamento L’Aquila-Teramo e Pescara-Chieti deciso nell’ultimo Consiglio dei ministri.

Un cambiamento epocale che riguarda, innanzitutto, centinaia di migliaia di lavoratori ma anche il destino di tantissimi immobili che andranno venduti o messi a reddito in forme alternative, per esempio affittandoli o trasferendoli agli enti locali.

A meno che i dicasteri di riferimento non decidano di lasciarli lì insieme al personale, tagliando solo la “testa” dei rispettivi apparati ma lasciando intatto il “corpo” burocratico locale.

Tornando alle province è decisa la questione capoluoghi, che nelle ultime settimane ha riacceso un feroce campanilismo: il provvedimento dell’esecutivo nazionale stabilisce che siano ubicati nelle città più popolose, quindi L’Aquila e Pescara.

Una beffa soprattutto per Chieti, che era l’unico territorio a rispondere ai requisiti di estensione e numero di residenti fissati dal governo, e che oggi, invece, si ritrova sotto Pescara.

Inevitabili gli sfottò e le provocazioni tra due città che non si sono mai amate: addirittura il leader del movimento “Pescara capoluogo”, Roberto Santuccione, ha diffuso una nota sarcastica contro il sindaco di Chieti, Umberto Di Primio, autore di uno sciopero della fame-blitz davanti palazzo Chigi, dove Mario Monti e compagnia stavano decidendo le sorti dell’Abruzzo e delle altre regioni italiane.

“Non bastano una fascia tricolore e un cartello auto-enfatizzante né saltare un paio di pasti per ottenere l’impossibile – ha scritto con la penna intinta nel veleno – La nuova provincia Pescara-Chieti avrà la città adriatica come capoluogo”.

Intanto il fronte anti-scure si organizza e l’Unione delle province italiane (Upi) studia le contromosse.

In particolare il tentativo principale è quello di salvare le giunte, che verranno cancellate dal gennaio 2013, attraverso la presentazione di un emendamento in sede di conversione parlamentare del decreto legge presentato dal ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.

“Non si può immaginare che un presidente, da solo, possa gestire tutti gli adempimenti che il decreto gli impone di portare a termine, tra l’altro con scadenze strettissime. Ci sarà da unificare bilanci, piani territoriali, reti di trasporto, beni mobili e immobili e personale – ha spiegato il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione – Un percorso delicatissimo che va affrontato la massima cura. Per questo chiederemo al Parlamento di ripensare questa posizione e di prevedere le giunte per gestire la fase transitoria”.

Entro il novembre del prossimo anno, infatti, il processo di riordino dovrà essere completato e dovranno essere convocate le elezioni per scegliere i nuovi organi degli enti così ridefiniti.

Quest’ultimi non saranno più votati dall’intero corpo elettorale ma dai sindaci e dai consiglieri dei comuni situati nel territorio provinciale, secondo il principio del sistema detto “di secondo grado” o “indiretto”. 

Nelle due nuove province abruzzesi i consiglieri saranno dieci e tra di loro sarà eletto il presidente.

Se un comune vuole spostarsi da una provincia all’altra può farlo, ma deve rimanere all’interno del territorio regionale: per il “trasferimento” è necessario, però, essere confinanti con il territorio dell’ente al quale si vuole aderire e sottoporre la decisione al parere della Regione.

Le competenze assegnate agli enti rimangono la pianificazione territoriale provinciale, la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, per gli aspetti di competenza, il trasporto in ambito provinciale, la viabilità e l’edilizia scolastica. Pierluigi Biondi