PESCARA – Sono oltre 3400 i profughi ucraini scappati dall’inferno della guerra oggi ospitati in Abruzzo di cui oltre 800 minori. Un numero che cresce e che potrebbe arrivare a regime a oltre 10mila.
E molti di loro potrebbero anche contribuire a risolvere il problema rappresentato dalla carenza di personale, e la difficoltà nel reperirlo tra gli italiani, da tempo lamentato da stabilimenti balneari, alberghi, bar e ristoranti, anche anche a fronte di proposte economicamente vantaggiose e contratti in assoluta regola, puntando il dito, a loro dire, sul fatto che tanti, troppi giovani italiani preferiscono continuare a percepire il reddito di cittadinanza.
A muoversi in questa direzione è già la Confcommercio Pescara, e il presidente Riccardo Padovano, al quotidiano Il Centro, rivela che sono state già censite 15 strutture tra ristoranti campeggi e stabilimenti balneari, disposti ad offrire un posto di lavoro stagionale gli ucraini.
Padovano però chiede una maggiore sinergia con i centri di accoglienza, per favorire colloqui e assunzioni, e propone un tavolo con sindacati e ispettorato del lavoro. Si muove sulla stessa direzione Federalberghi.
Già la settimana scorsa Padovano aveva spiegato in una nota: “Vogliamo dare un segnale concreto di vicinanza al popolo ucraino. Ci rivolgiamo in particolare ai giovani e alle giovani che sono in fuga dal loro paese a causa di una guerra insensata ed ai quali va offerta una nuova prospettiva di vita. Vogliamo mettere in campo tutto ciò che è nelle nostre possibilità coniugando la necessità di integrazione dei profughi ucraini con le opportunità di lavoro che le nostre aziende possono offrire nel periodo estivo”.
Padovano aveva quindi sapere che è stato attivato l’ente bilaterale di riferimento della Confcommercio “per valutare la possibilità di erogare una prima formazione di base, in particolare per ciò che concerne la lingua, così come pensiamo di poter attingere alle risorse del fondo nuove competenze per formare più nello specifico le figure che possono essere di interesse per il nostro comparto. Si tratta di una soluzione temporanea, ma crediamo sia fondamentale offrire una primo inserimento nel mondo del lavoro per favorire una definitiva integrazione di queste persone in fuga dalla guerra che devono poter pensare di ricostruirsi una vita”, conclude.






