L’AQUILA – Esiste la banalità del male, nominata e dunque rivelata dalla grande filosofa Hannah Arendt, in riferimento alle atrocità dei burocrati dell’orrore nazista, e che si replica anche oggi, in tanti femminicidi, consumati nell’apparente normalità, tra le mura domestiche che da nido diventano trappola. C’è poi la banalità del bene, quella di donne libere, madri, professioniste, impegnate per edificare un mondo migliore. Come la giornalista Ilaria Mura, che nei lacerti della cronaca nera data in pasto al tritacarne mediatico, cerca l’anima di vittime e carnefici, le ragioni intime e profonde ciò che sembra non averne. Barbara Schiavulli, inviata che della guerra non racconta solo i campi di battaglia, non rimbalza, dal comfort zone di un albergo lontano dal fronte, i lanci di agenzia di presidenti, dittatori e generali, non informa dei palazzi sventrati e aggiorna il bollettino quotidiano dei morti, ma cammina per strada, entra nelle case, per raccontare la sofferenza e il coraggio dei civili, vittime della follia bellica. Marina Conte e Anna Gaeta, che si sono battute come leonesse per avere giustizia, dopo gli omicidi assurdi, rispettivamente, del figlio e del marito, tra i gangli di una macchina della giustizia, che è “più uguale”  per i ricchi, e favorisce chi può per permettersi costosi e lunghissimi processi. Alessia Natali, che dedica la vita a ritrovare le persone scomparse, tante anche in Abruzzo, e tante le donne.

Sono state loro le vere protagoniste della quarta edizione del Premio nazionale Donna 2022, organizzato della Onlus Antonio Padovani, da quest’anno di rango nazionale, presentato in Senato, e che si è celebrato martedì scorso, 12 giugno, a Casale Signorini a L’Aquila.

Ideatore e anima del premio, dedicato all’indimenticato padre Antonio, politico socialista originario della Valle Subequana, scomparso nel 2015, è Gianni Padovani, segretario regionale del Psi.

Ha esordito Padovani:  “Questo premio tocca un tema che mi sta a cuore, come stava a cuore a mio padre, nella sua attività politica. Quello delle pari opportunità, dell’universo femminile, che è la risorsa primaria della società. Passi in avanti sono stati fatti, in tema di diritti,  anche negli ambienti lavorativi, ma molti altri passi devono essere ancora compiuti. Il mio pensiero va oggi anche alle donne oppresse sotto il regime talebano in Afghanistan, e agli Stati Uniti, dove viene vergognosamente messo in discussione il diritto all’aborto”.

Ospite d’onore della serata l’avvocato penalista Nicodemo Gentile, presidente nazionale dell’associazione Penelope, impegnata in Italia nella ricerca delle persone scomparse. A moderare la giornalista e scrittrice Monica Pelliccione,  che ha presentato il suo libro “Storie di donne”, che affronta, sotto diverse angolazioni, il dramma della violenza sulle donne nell’alveo familiare, dei soprusi e delle pressioni sui luoghi di lavoro, delle battaglie per la parità di genere. Ed ancora, a conclusione della serata, l’anteprima del melologo “Zittita!”, tratto dal suo omonimo libro.

Nella gremita sala conferenze di Casale Signorini, a portare i saluti istituzionali, il neo assessore con delega alle Pari opportunità del Comune dell’Aquila, Ersilia Lancia, di Fratelli d’Italia, e la deputata del Partito democratico, Stefania Pezzopane. C’erano tra gli altri  la pm Roberta D’Avolio, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) Abruzzo, che ha ricevuto il Premio donna nel 2020, e ancora i sostituti procuratori Fabio Picuti e Marco Maria Cellini, il presidente dell’Ordine degli avvocati dell’Aquila, Maurizio Capri, il presidente dell’Accademia delle Belle Arti, Rinaldo Tordera, gli avvocati Stefano Di Salvatore e Domenico De Nardis, l’imprenditore Ettore Barattelli, ex presidente Ance, il commercialista impegnato nel sociale Roberto Museo, l’addetta stampa del Teatro stabile d’Abruzzo, Roberta Gargano, la delegata alla Cultura della Lega, Sabrina Di Cosimo. In rappresentanza dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Germana D’Orazio.

Impetuoso e tagliente  l’intervento di Nicodemo Gentile, che come avvocato penalista segue in particolare casi di violenza di genere, seguendo nella sua lunga carriera la scomparsa di Irene Cristinzio e Maria Chindamo. Come legale delle persone offese, ha partecipato al procedimento per omicidio del transessuale Brenda. Nel femminicidio di Melania Rea, ha difeso il marito Salvatore Parolisi.

Ha ricordato innanzitutto l’atroce vicenda di Sara Pietrantonio, la ventiduenne trovata semicarbonizzata nella notte nel maggio 2016, uccisa barbaramente dal fidanzato Vincenzo Paduano. “Quello che deve far riflettere, che aggiunge orrore all’orrore, è che da fuori sembrava una coppia normalissima”, ha sottolineato per poi aggiungere: “i numeri sulla violenza contro le donne ci inchiodano, negli ultimi mesi è stato un bollettino di guerra. Troppi uomini, dalla lingua veloce e dalle mani ancora più veloci, hanno la faccia da persone per bene: queste vessazioni quotidiane si respirano e si vivono in casa, ma anche nel mondo del lavoro e creano grandi difficoltà, un sommerso che fa paura. Ci sono rapporti tossici, malati, che poi sfociano in esplicita violenza fisica e psicologica, con la casa che diventa una gabbia. Non dobbiamo in nessun modo metabolizzare, come era accaduto con le vittime nella Palermo delle stragi di mafia. Ci sono troppe storie di femminicidi annunciati, esiste la sindrome della finestra sul cortile, che chiudiamo per non ascoltare le grida, da case vicine, di donne che stanno rischiando la vita, e chiedono in fondo aiuto”.

Ha proseguito l’avvocato, nel silenzio contrito della platea: “le donne hanno difficoltà a denunciare, perché non sono credute, perché hanno paura di tutto quello che c’è dopo, degli estenuanti interrogatori, dei lunghi processi, del trauma dell’abbandono della casa, della prospettiva di avere enormi difficoltà economiche. L’Italia è un Paese dove non esiste una legge sul mobbing, dove non ci sono condanne penali per chi fa pressione sul lavoro. Questo non può esistere, sono schemi da superare partendo dalla legislazione, dal basso, perché la cultura del rispetto diventi un elemento pregnante della società”.

La pm Avolio, in una intervista a margine dell’evento ha però evidenziato anche gli oggettivi progressi sul fronte della prevenzione e repressione dei reati di genere.

“Voglio spezzare una lancia a favore delle forze dell’ordine – ha detto il magistrato – a favore della rete creata a tutela delle donne, nell’ottica della prevenzione della violenza di genere. Ritengo che gli strumenti approntati dal legislatore, a partire dal 2013 e culminati nel 2019 con la legge 69,  abbiano consentito alle forze dell’ordine e all’attività giudiziaria un più efficace contrasto a questa forma abominevole di violenza, soprattutto nella fase prevenzione. Mi piace pensare che grazie al lavoro delle forze dell’ordine, delle Procure, dei Centri antiviolenza, degli ospedali che segnalano prontamente situazioni particolari e sospette, siamo riusciti a creare una rete che ha fatto sì che tante tragedie potessero essere evitate, e i risultati si vedono anche dalle statistiche”.

Delle cinque donne premiate, prima a prendere la parola Ilaria Mura, che ha seguito negli anni i più importanti casi di cronaca nera, per Mediaset e in particolare per la trasmissione Quarto grado.

“Felice di ricevere un premio intitolato ad Antonio Padovani – ha esordito -, che i  in una società ancor più maschilista, si è battuto per i diritti delle donne, e la differenza sta sempre tra il dire e il fare, la teoria è importante, ma occorrono poi i fatti concreti”.

“Faccio la cronista di nera da circa trent’anni – ha proseguito -, e cerco di farlo in modo autentico, ascoltando le ragioni di tutti. Scrivere di un delitto è capire anche il baratro che lo ha generato, capire come è potuto accadere, e cosa fare perché non si ripeta”.

Ha poi ricordato il caso di Elena Ceste, madre di quattro figli strangolata nel 2014 dal marito, uomo oppressivo e violento. Elena pare che stesse intrattenendo rapporti via sms con altri uomini e che il marito fosse venuto a saperlo: l’ipotesi è che lei volesse liberarsi del giogo del marito, ma lui non avesse intenzione di separarsi da lei.

“Doveva scegliere di lasciare il marito, scegliere la libertà, senza paura, la libertà di non amarlo più, anche se aveva con lui quattro figli, doveva avere il coraggio di rifarsi una vita, e forse oggi sarebbe ancora viva”, la riflessione di Mura.

E’ la volta di Anna Gaeta, napoletana di Scampia, moglie di Patrizio Falcone, lavoratore marittimo, nel maggio 2020 accoltellato a morte da un vicino di casa per futili motivi. Per quell’omicidio lo scorso 19 maggio la giustizia ha stabilito la sentenza: 24 anni di carcere per l’assassino.

“Mio marito è stato ucciso mentre faceva il padre – ricorda Anna Gaeta con la voce rotta dall’emozione – , mentre montava una piscina, davanti a mio figlio. Mi ha lasciato il suo grande amore, che porto dentro di me, come la cosa più preziosa. Dopo il delitto mi sono dovuta scontrare con la realtà, con l’obitorio, il funerale e poi il processo. L’assassino di mio marito dopo tre mesi che è stato arrestato lavorava, io sono stata costretta a vivere con 150 euro al mese, con due figli a carico. Se non avessi avuto la casa di mamma e dei suoceri sarei dovuta andare ad abitare in una tenda. Ma dovessi tornare indietro rifarei tutto quello che ho fatto, perché sono riuscita ad ottenere giustizia”.

Drammatica anche la vicenda che ha avuto come protagonista Marina Conte di Cerveteri, madre di Marco Vannini, ventenne ucciso nel 2015, in casa di Martina Ciontoli, la fidanzata, da un colpo di arma da fuoco. La giustizia ha stabilito che a sparare è stato il padre di Martina, Antonio Ciontoli, sottufficiale dell’Aereonautica Militare distaccato ai servizi segreti italiani, condannato a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale. La Corte di Assise d’Appello ha condannato a 9 anni e quattro mesi anche la moglie di Antonio Ciontoli, Maria, e i due figli, Federico e Martina, accusati di concorso anomalo in omicidio volontario.

Per arrivare ad individuare i responsabili di questa tragedia Marina e il padre Valerio Vannini, anche lui presente al Premio Donna, si sono battuti come leoni, facendosi carico di ingenti spese processuali. Prima per far emergere le anomalie di un caso che sembrava potesse essere archiviato come “incidente domestico”, poi per ribaltare la sentenza di Appello che aveva ridotto la pena a Ciontoli a soli 5 anni per omicidio colposo.

“Sono una mamma che ha dovuto portare avanti una estenuante la vicenda giudiziaria – ha raccontato Marina -. Mio figlio, quella maledetta notte è rimasto agonizzante per 110 minuti, in quella casa, poteva salvarsi, ma nessuno in quella famiglia ha fatto nulla. Mio figlio ha vissuto nell’amore puro, perché io e mio marito ci amiamo. Era felice di avere una storia con Martina, poi aveva capito che era troppo possessiva. Mia madre un giorno mi disse, ‘tuo figlio da quella casa non uscirà più’. Io a mio figlio  dicevo che quella era una famiglia che viveva di immagine, che non mi piaceva, gli dicevo di portare Martina a casa nostra”.

Tocca a Barbara Schiavulli, giornalista e inviata di guerra, nei fronti incandescente del ribollente orbe terracqueo, dall’Afghanistan all’ Africa, passando per il Medio oriente.

“Tutto si amplifica in guerra, e la cosa importante è entrare nelle case, cercando empatia, per dare voce ai civili, alle donne e agli uomini che la guerra la subiscono impotenti – ha raccontato Barbara Schiavulli -. Occorre poi capire che non esistono confini nella sofferenza, tra quella di una mamma di Scampia, o di Torino o di Kabul. Proprio a Kabul, una donna era rimasta vedova, perché il marito era morto in guerra, e lei,  sotto il regime dei talebani, non può lavorare. I figli andavano in discarica a prendere la plastica da bruciare nella stufa, perché non avevano più legna. Doveva pagare cinque affitti arretrati, da 25 dollari al mese, e non sapeva cosa dare da mangiare ai figli. Aveva così  deciso di vendere la figlia più piccola, di due anni. L’ho ‘comprata’ io, la bambina, con i miei soldi e ora la madre, la bimba e gli altri figli sono entrati a far parte di un programma di una onlus. Hanno di che vivere, e i figli vanno a scuola”.

Infine Alessia Natali, presidente dell’associazione Penelope Abruzzo, dedita alla ricerca di persone scomparse.

“Oggi abbiamo 70mila persone scomparse in Italia – ha rivelato -, una città grande come L’Aquila, sparita nel nulla. In Abruzzo sono stati 509 nel 2021, nonostante il lockdown, e quasi un terzo sono donne. Perché scompaiono queste donne? Sono vittime di violenza fisica e psicologica e sono fuggite? Oppure sono state uccise e fatte sparire? Noi siamo al fianco delle famiglie, dandogli tutto il supporto possibile, abbiamo una squadra compatta, le persone le andiamo a cercare di persona, sul territorio, seguendo indizi e segnalazioni”.

A concludere la quarta edizione di Premio Donna, l’anteprima del melologo “Zittita!”, dall’opera letteraria di  Pelliccione, affidata alla regia e all’adattamento del maestro Sonia Grandis e alla musica originale della compositrice, Rossella Spinosa e prodotta da Lombardia musica. Lo spettacolo debutterà al festival del Melologo di Como, alla Pinacoteca civica, il 19 novembre prossimo, per calcare le scene dei teatri di tutta Italia, con il suo racconto che si snoda sulla traccia di una narrazione cruda, intrisa di violenza e soprusi, perpetrati in modo subdolo e meschino tra le mura di un ufficio.

A tirare le somme del bilancio dell’iniziativa la stessa Pelliccione. “Abbiamo questa sera ascoltato per voce delle cinque donne premiate, storie  di violenza, di soprusi, ma anche di coraggio e impegno professionale, a favore di altre donne, in particolare, in territori di guerra, in tutte quelle situazioni di estrema debolezza che si traducono poi nella necessità di un aiuto esterno. Il messaggio, sotteso a questo premio, è dunque l’importanza, per le donne, di essere libere, di non avere paura di esserlo, di avere la forza di lottare, per farcela, per far valere i propri diritti, è quello di non abbattersi mai”.

LA DIRETTA DI ABRUZZOWEB DEL PREMIO DONNA 2022

ANTEPRIMA MELOLOGO “ZITTITA”