ROMA – “La povertà non è più un aspetto di alcune zone del mondo, ormai ha raggiunto anche l’Europa. Non solo Grecia purtroppo, nonostante lì il dramma abbia assunto dimensioni tremende. Anche in Italia la povertà non è più uno spettro ma una triste realtà. E se la crisi economica non viene arrestata la situazione peggiorerà ancora di più”.
Chi ha vissuto le zone più disastrate del mondo ha gli occhi molto più ‘allenati’ di chi nella vita non è mai stato sfiorato da aerei e missili o da terribili epidemie e dai disastri che essi provocano. Oggi a occupare non sempre in modo esaustivo e corretto i media nazionali e internazionali è la Siria, sconvolta da una guerra civile che in due anni ha spazzato via più di 100 mila persone e resa ancora più nera dal possibile attacco degli Stati Uniti e di alcuni dei loro alleati. Ma nel mondo i guai più brutti non si limitano a un luogo soltanto.
Kostas Moschochoritis, ingegnere di origini greche, è direttore generale della ‘costola’ italiana di Medici Senza Frontiere, la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo Premio Nobel per la Pace che opera in oltre 60 paesi “portando assistenza alle vittime di guerre, catastrofi ed epidemie”, la stessa che in Siria ha certificato di recente il numero dei morti, 335, per agenti chimici. La stessa che ha dovuto chiudere tutti i progetti in Somalia dopo 22 anni causa “sostegno e la tolleranza di gruppi armati e autorità civili ai violenti attacchi che ledono le garanzie minime di sicurezza necessarie per mantenere i programmi di assistenza”.
“Medici Senza Frontiere – spiega Moschochoritis ad AbruzzoWeb – è diventata un’organizzazione così grande perché si è sempre mantenuta indipendente, perché si è sempre occupata della sfera medica. Tutto ciò che noi facciamo è supportare l’azione medica, sempre e comunque. Non ci occupiamo di politica, non ci ‘immischiamo’, restiamo concentrati sui feriti e su chi ha più bisogno di cure e di assistenza. Restare indipendenti è essenziale nel lavoro che facciamo. In Siria, in Afghanistan, in Sierra Leona, nella mia Grecia. Ovunque”.
L’organizzazione entrò per la prima volta sulla scena, clandestinamente, nell’Afghanistan invaso dalle forze dell’Unione Sovietica, nel 1979.
“Da allora ne abbiamo viste tante”, sospira con lucidità Moschochoritis, che nel corso della lunga intervista telefonica continua a sottolineare quanto sia importante l’indipendenza dell’associazione.
“Quando le forze Nato hanno bombardato l’Iraq con le bombe cluster – racconta – che avevano lo stesso colore delle razioni di cibo lasciate cadere dagli aerei, i bambini si confondevano e rimanevano uccisi o feriti. Noi questo lo abbiamo denunciato, perché ci siamo esposti sulle conseguenze degli eventi sulla popolazione, sui nostri pazienti”.
“All’inizio in Afghanistan c’erano le Organizzazioni non governative (Ong) che pur di avere accesso alle zone di guerra ‘andavano’ con l’esercito. Poi quando i talebani hanno ripreso il controllo di intere zone sono stati cacciati fuori perché visto come una parte della coalizione. Questo per spiegare che noi ci occupiamo del nostro mandato. Certo se dobbiamo parlare, parliamo, ma per il nostro raggio d’azione, lontani dai protagonisti militari o politici”.
Perché Moschochoritis ha scelto di legarsi a Medici Senza Frontiere?
Stavo bene ma non ero pienamente soddisfatto, il mio lavoro di ingegnere non riusciva ad appagarmi. Seguivo già Medici Senza Frontiere, avevo degli amici che già erano dentro l’organizzazione e così nei primi anni ’90 mi sono avvicinato fino a farne parte ufficialmente per occuparmi di logistica. In Armenia la mia prima missione, poi nel resto del mondo.
L’impatto è stato difficile?
È un lavoro, non ci si improvvisa. Da un lato tante soddisfazioni, dall’altro tante delusioni. Ti dà tanto. E anche un logoramento fisico e psichico. Chi è passato in Ruanda durante il genocidio è rimasto segnato a vita, porta l’orrore dentro, lo ha ancora negli occhi. Io non scordo niente della mia esperienza, è tutto vivo, è qui con me. Penso alla guerra civile in Liberia, di cui si sa molto poco. La mattina, una volta a settimana, il cibo agli sfollati. E la sera arrivavano i soldati del dittatore Charles Taylor e saccheggiavano tutto. La popolazione chiese di non ricevere più cibo, la prova del fatto che gli aiuti umanitari possono essere manipolati, o essere usati come strumenti di ricatto. Ricordo la violenza nei checkpoint, la droga, i bambini soldato, gli amputati della Sierra Leone, amputare era una pratica punitiva, venivano tagliate orecchie e mani.
Come si è sentito di fronte a questi orrori?
Debole, molto debole, specie quando non puoi avere accesso alla popolazione. All’ingresso di un Paese restammo bloccati con il cibo terapeutico per bambini malnutriti. Frustrante, perché non puoi farci niente, l’ok del governo arriva tardi e tu sei lì senza muoverti. E i bambini muoiono.
Cosa prova quando sente parlare di organizzazione eroica, cioè del fatto che chi vi guarda spesso vi considera come degli eroi, o addirittura angeli?
Se uno prende un aereo e va in Africa non vuol dire che diventa un eroe o un angelo. È solo una persona che lavora, va giudicata la qualità del lavoro e basta. Nulla di più.
Medici Senza Frontiere, ok, ma la parte medica non è tutto. Il suo ruolo lo dimostra.
La nostra organizzazione lavora con un 60 per cento di personale medico e un 40 di personale non medico, dalla logistica alla comunicazione. È come un ospedale, ha bisogno di manutenzione degli edifici, di azioni finanziarie, di gestione delle risorse umane.
Sul vostro personale in campo pesa anche il rischio rapimenti.
Abbiamo una grande esperienza e delle importanti misure di sicurezza. Sappiamo che il rischio c’è, specie di questi tempi in cui certi ‘attori’ di guerra non si interessano della popolazione. La nostra forza è sempre stata l’accettazione da parte della popolazione, ma capita che chi ha il potere non abbia alcun interesse nei suoi confronti e quindi non tutela neanche chi può aiutarla. E in questo caso il rischio aumenta. Purtroppo dopo il 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, molte cose sono cambiate e anche l’azione umanitaria è stata spesso manipolata, quindi la percezione della gente dei Paesi in cui operiamo è cambiata e continua a cambiare. Si tratta di un fenomeno che è sempre esistito ma che col tempo è cresciuto. Come fai a far capire alla gente che sei lì solo per aiutarli? “Perché questi sono qui?”, si chiedono. Ed ecco che ritorna l’indipendenza totale dell’organizzazione. Possiamo avere fiducia solo se siamo indipendenti, imparziali e bravi sul lavoro.
Come vi muovete quando rapiscono qualcuno di Medici Senza Frontiere?
Facciamo da soli, come avvenuto nel caso di due colleghe sequestrate in Somalia a ottobre del 2011, liberate qualche settimana fa. Lo abbiamo gestito in completa autonomia, da soli, senza l’aiuto di nessuno, senza coinvolgere i governi. Questa è la nostra prassi. Siamo usciti pubblicamente una volta sola per uno dei nostri sequestrato in Daghestan, lì abbiamo fatto una campagna pubblica perché c’erano degli elementi che mettevano in risalto il possibile coinvolgimento del governo locale nella faccenda.
Qual è un rischio di cui chi non vi conosce e non lavora con voi ignora l’esistenza?
Si può credere che le organizzazioni umanitarie siano in grado o peggio ancora debbano sostituirsi allo Stato. Questo è possibile in Liberia se lo Stato non c’è più, ma in Italia, in Grecia, in Spagna o in Francia, visto l’allarme povertà e i pericoli per le democrazie che essa scatena, si deve spingere affinché i nostri interventi mostrino il problema e la soluzione, per poi lasciare che lo Stato si assuma la responsabilità di fare il bene del popolo, altrimenti le organizzazioni come la nostra fanno più male che bene.
Torniamo all’Europa. La state monitorando, vuol dire che le previsioni sono brutte?
Non abbiamo la capacità di prevedere ciò che accadrà. In Grecia purtroppo siamo già arrivati, siamo al centro di Atene, ci siamo organizzati con progetti per i greci e i migranti. In Italia le necessità in genere riguardano i migranti, ma le cose stanno cambiando. Durante un’emergenza freddo a Milano abbiamo aiutato tantissima gente italiana, persone che improvvisamente si sono ritrovare in povertà. Un lavoro perso, depressione, difficoltà nel ripartire e nel trovare un’altra occupazione ed ecco che ti ritrovi per strada.
La sua Grecia sta malissimo.
E il futuro potrebbe riservare sorprese ancora più brutte. Non si vedono vie d’uscita, si peggiorerà, anche se questa è la mia opinione personale, ma è chiaro che non si può continuare così in Europa. Dalle mie parti in tanti non vanno dal medico perché non hanno soldi neanche per le cure minime, così è impossibile andare avanti. La mia famiglia se la cava, certo, ma non sai cosa succederà domani, o peggio ancora stasera. Il rischio di essere spazzati via dalla crisi economica è ormai una certezza. Il problema è quando, non se accadrà.
Grecia, Italia, ma anche resto d’Europa.
Medici Senza Frontiere ‘opera’ anche in Europa, penso all’Inghilterra, nella ‘ricca’ Londra, ma non solo. Ma lavorare in contesti di Unione Europea, di G8, non porta allo stesso approccio che usiamo in un luogo distrutto dalla guerra o da una catastrofe come ad esempio ad Haiti. Stiamo studiando il quadro, dobbiamo fare attenzione a non fornire alibi a chi governa, c’è bisogno di responsabilizzare i governi. Lo ripeto, è lo Stato che ha il compito di occuparsi del popolo, noi siamo solo un sopporto in determinate situazioni.
Senza soldi è impossibile lavorare come lavora Medici Senza Frontiere. Come fate a finanziarvi?
Principalmente da donazioni. Ed è un elemento fondamentale del nostro mondo, solo se hai un’indipendenza economica puoi essere imparziale. Ogni governo ha la sua agenda politica ma a noi non interessa, manteniamo l’equidistanza, sappiamo quali sono i luoghi in cui c’è più bisogno di noi, non seguiamo i fondi governativi. A livello internazionale il 90 per cento dei fondi hanno ‘matrice’ privata, circa il 10, il massimo è il 15 per cento, è frutto di fondi istituzionali e solo in contesti in cui non ci sono conseguenze diverse sulle nostre operazioni. Non prendiamo soldi in Pakistan, in Iraq, in Colombia, in Somalia e in tutte quelle situazioni che hanno una connotazione politica internazionale. La prima cosa che ti chiedono al checkpoint è “da dove vengono i tuoi soldi?. Certo, per l’Hiv in Congo possiamo prenderli anche dal governo, non c’è nessuna conseguenza sul nostro operato o sulla nostra sicurezza, ma esistono dei settori del privato che non possiamo toccare, come il farmaceutico. Non è etico, semplicemente non si può. Ed è giusto che sia così. Il conflitto di interessi non è ammesso qui da noi. È lecito battersi sui brevetti dei farmaci generici per salvare più gente, nel 2001 il trattamento per un paziente all’anno era di 10 mila dollari, ora è 160, ma il resto va evitato per il bene di chi assistiamo e per la nostra indipendenza. Anche voi giornalisti dovete fare lo stesso. E quando ci intervistate o vi occupate del lavoro che facciamo non dovete guardarci come eroi. L’imparzialità è essenziale, chiedete sempre, chiedete di più, non ‘spettacolarizzate’ niente e nessuno.
C’è qualcuno che ha conosciuto in questi anni di lavoro le è rimasto più impresso? Qualcuno che le ha insegnato qualcosa che non sapeva o che non immaginava?
Non c’è una persona sola che posso menzionare, quando sei in certi contesti la cosa più importante è chi ha bisogno di aiuto, ma ricordo tanta gente che mi ha ‘impressionato’. Come l’autista liberiano, capodanno 1998. Era felicissimo, io mi chiedevo il perché, c’era un caos incredibile. Lui era contento perché era vivo, la sua famiglia se la cavava e lui aveva un lavoro per aiutarla a mantenersi. Lui, come tanti altri, non lo dimenticherò mai.





