L’AQUILA – Ha interrotto lo sciopero della sete ma non quello della fame Giulio Petrilli, classe 1958, aquilano, noto esponente politico, già segretario provinciale di Rifondazione comunista, presidente dell’Agenzia regionale edilizia territoriale poi transitato nel Partito democratico.
La sua non è una scelta facile, ma è una battaglia irrinunciabile per la vita (la sua, quella di tanti come lui), oggi come sempre, ancora una volta.
Nel suo passato il ricordo atroce di pochi metri quadri di cella. In isolamento totale e solo un’ora d’aria al giorno. L’angoscia di ritrovarsi da un giorno all’altro nelle viscere di un incubo, senza più sogni, senza più speranze.
A scontare il martirio di una pena ingiusta, che solo dopo 6 anni – troppo tardi – gli verrà riconosciuto.
Su di lui pendeva l’accusa infamante di aver partecipato ad una banda armata, nota allora con il nome di ‘Prima linea’. Petrilli aveva appena 22 anni e dal 1980, quando il carcere fu la sua nuova casa, sono passati tanti anni. Ma non dimentica. Chiede dopo tanto, ancora adesso, che gli venga risarcito dallo Stato tutto quello che gli è stato tolto.
È ancora in attesa, non si arrende, continua a lottare. AbruzzoWeb gli ha voluto rivolgere qualche domanda. E da una semplice chiacchierata, la storia di una ‘passione’, il ritratto di un dolore, i segni di una stimmate.
Quali sono i motivi che la spingono a rifiutare il cibo?
La mia è una battaglia iniziata da tempo perché mi venga riconosciuto il risarcimento per l’ingiusta detenzione che ho subìto dall’80 all’86. Ero stato accusato di aver partecipato a una banda armata nell’organizzazione criminale denominata ‘Prima linea’. Fui condannato a 8 anni in carcere e in isolamento totale, e avevo solo un’ora d’aria al giorno.
E poi cosa accadde?
Successe che dopo 6 anni di prigione fui assolto. La sentenza definitiva risale al luglio del 1989. Nell’ottobre ‘89 uscirono gli articoli che prevedevano un risarcimento per chi era stato assolto dopo il carcere. Era un modo per ‘riparare’ l’accusa di ingiusta detenzione. Ma la legge non era retroattiva, come avrebbe dovuto essere. Feci la domanda per essere risarcito ma venne considerata inammissibile dalla Corte d’Appello di Milano.
Da qui le sue prime battaglie?
Sì, esatto. Feci una lunga battaglia perché la legge potesse diventare retroattiva, e ci fu una raccolta di firme a mio sostegno, che ebbe molto successo e che vide molti parlamentari parteciparvi. Nel febbraio dello scorso anno la legge è diventata finalmente retroattiva, tra i firmatari ci fu persino Luigi Lusi (poi arrestato nell’ambito di un’inchiesta sull’appropriazione indebita di fondi del suo vecchio partito la Margherita, ndr). Mi rincresce dirlo, ma è così. Ho allora presentato la domanda nel marzo 2012. Il 14 giugno successivo c’è stata l’udienza, ma poi hanno rigettato la mia richiesta perché, avendo frequentato gli ambienti dell’antagonismo, non potevo essere risarcito.
Spieghi meglio.
Sì, quando la richiesta viene rigettata i giudici si appellano al comma n. 1 dell’articolo 314 del codice procedura penale, che prevede che, anche in caso di assoluzione, se una persona ha avuto comportamenti non idonei, non va risarcita, perché ha tratto in inganno gli inquirenti. Nella sostanza si tratta di una spada di Damocle verso le 3.000 domande accolte, che così vengono ridotte fino a 800.
Lei sta dicendo che si tratta nella sostanza di un giudizio morale?
Esattamente. A 18 anni sono stato accusato di essere uno dei capi di una banda armata, vengo poi assolto dopo 6 anni di carcere ingiusto e dopo tanti anni neppure risarcito: trovo tutto questo assurdo.
E adesso?
Ora mi ritrovo con questa sentenza sulle spalle. Con il mio avvocato Francesco Camerini ho fatto ricorso in Cassazione e siamo in attesa. Ritengo che il comma 1 della legge citata sia anticostituzionale . La libertà viene garantita dall’articolo 2 della nostra Costituzione, quando si parla dei nostri diritti inviolabili. Esistono anche norme della Corte europea che garantiscono questi diritti. Quella di questi giorni è un’ulteriore battaglia di principio.
Questi temi sono molto attuali. Le posizioni di Marco Pannella sono molto simili alle sue, pur venendo da un’estrazione culturale e ideologica ben diversa…
Su questo tema io e lui ci ritroviamo perfettamente, come sui temi dell’amnistia e dell’indulto. Ho visitato tante carceri nella mia vita per rendermi conto se ci fossero principi di vivibilità. Ma purtroppo ho dovuto costatare che le condizioni delle prigioni oggi è seriamente peggiorata, soprattutto per il grosso problema del sovraffollamento. Per i diritti delle persone, ho solidarizzato molto in questi anni con i Radicali. Sono stati fatti è vero piccoli passi in avanti, ma il traguardo è ancora molto lontano. La mia è una battaglia di civiltà e di giustizia.
Come ricorda la sua esperienza in carcere?
Si immagini di vivere per 6 anni in dieci metri quadrati, in uno stato di sofferenza indicibile. Non parliamo poi delle condizioni igieniche pessime dovute al sovraffollamento, in condizioni di difficoltà inimmaginabili. È una dimensione invivibile per qualunque essere vivente. Tante persone che hanno problemi psichiatrici, psicologici, se vivono dentro uno stato di prigionia così duro rischiano seriamente di spegnersi, anche se continuano apparentemente a vivere. Le carceri oggi sono in uno stato medievale. Mi creda, non sto enfatizzando.
Insomma, sembra di capire che il sovraffollamento sia il vero problema.
Quando ero a San Vittore negli anni 80 eravamo 1.300 carcerati. Oggi lì ce ne sono almeno 1.800, con massimo 2 ore di aria al giorno. Le sembra trascurabile, possibile? Io poi ho vissuto un’esistenza come in una banca insonorizzata. L’isolamento è devastante. Si rischia di perdere anche la lucidità in quelle condizioni. Si ricorda del detenuto Giuseppe Gullottta, che ammise un reato pur non avendolo compiuto? La detenzione è una delle forme peggiori di violenza estrema.
Sembra che lei non sia in fondo mai uscito da quella terribile prigione. Torna in quei luoghi, come per recuperare il suo tormento, che non riesce ad abbandonarla…
Sì, è proprio così. Che cosa vuole farci? Quell’esperienza ti segna, ti rimane sulla pelle, si solidifica, ti ci abitui. Penso che l’unico elemento diciamo ‘positivo’ è l’assuefazione a un certo livello di sofferenza, che ti fa trovare per certi versi maggiore equilibrio.
Insomma, uno ‘stato di grazia’ senza giustizia?
In verità quando una persona si riduce a quello stato di sofferenza torna a uno stato primitivo, assoluto. E così l’uomo si avvicina più a se stesso, si riscopre fragile e dunque più vero, specie quando la sofferenza tocca questi livelli.
Come si vive il tempo e lo spazio in carcere?
Il carcere è una sofferenza che ti porti 24 ore su 24, la indossi sempre. La percezione del tempo diventa relativa: né lunga né corta, così come lo spazio. E me ne accorsi quando ritrovai la libertà: avevo paura degli spazi aperti, la visibilità era diventata ai miei occhi terribile. Mi creda, ci si riduce ad aver paura della propria libertà. È una sensazione indescrivibile, che non auguro a nessuno. Ed è per questo che continuo a lottare.
LA SOLIDARIETÀ DI PIETRUCCI
“Esprimo piena solidarietà a Giulio Petrilli che, in questi giorni, sta portando avanti uno sciopero della fame e della sete per protestare contro il mancato risarcimento dei sei, lunghi anni, in cui ha subito un’ingiusta detenzione”.
Lo dice il consigliere provinciale dell’Aquila Pierpaolo Pietrucci.
“Nonostante Petrilli, infatti, accusato per motivi ideologici, sia stato ampiamente prosciolto, è impossibile cancellare il dolore e l’angoscia per quegli anni trascorsi dietro le sbarre, pur sapendosi innocente”.
“Così come non si possono cancellare le difficoltà e, in alcuni casi, l’autentica disperazione, di chi, dopo un’esperienza così drammatica, deve cercare di ricostruire la propria vita e quella della propria famiglia, a cominciare dall’inserimento nella società e nel mondo del lavoro”.
“Per questa ragione credo che la battaglia di Giulio Petrilli sia assolutamente giustificata e pienamente condivisibile e ritengo che debba avere il rispetto e la considerazione dei cittadini e delle istituzioni, a tutti i livelli”.
“Combattere per questi diritti vuol dire infatti lottare perché queste cose non accadano più e portare avanti una questione di profonda e significativa civiltà”.



