PESCARA – ”Mi vergogno pure a dire il mio nome. Non sono più niente. Ecco cosa ho con me: una coperta strappata, qualche spicciolo per spostarmi e un imbarazzo addosso che mi ha spinto ad andarmene dalla mia regione perché non mi volevo far vedere così da chi mi conosce”.

Questa persona umile e addolorata si chiama Walter D’Andrea e per un qualche giorno natalizio s’è sistemato alla stazione ferroviaria di Pescara, insieme ad altre anime nei guai. 

Le sue sono timidi e tremolanti parole pronunciate a fatica, col suo cappellino per ripararsi dal gelo, un paio di guanti consumati e le sue gote arrossate dal freddo intenso che ha fatto male a Pescara negli ultimi giorni.

I suoi occhi, poi, dicono di più di tante parole messe insieme, anche se è difficile incrociare il suo sguardo che sembra osservare tutto ciò che non sia il viso un’altra persona, come se avesse paura di essere capito e addirittura giudicato.

Vicino a lui, uno zainetto semivuoto con pochi oggetti personali che utilizza con parsimonia, più quei pochi soldi raccimolati mendicando o facendo qualche saltuario lavoretto che però non gli consente di vivere meglio, con un tetto sopra la testa, qualcosa che somigli a una vita stabile e con degli affetti intorno.

Walter ha una sessantina d’anni. E, si è capito, è introverso e umile. 

E ha con sé la forza di chiedere aiuto e di guardarsi indietro, ricordando sua amata Foggia, da cui è andato via dopo esser stato licenziato da quell’impresa edilizia per la quale lavorava come muratore.

Circa sei anni fa, l’impresa ha chiuso i battenti comunicando ai suoi dipendenti il licenziamento in tronco per tutti.

Lui, uomo lasciato solo dalla sua famiglia dopo il divorzio dalla moglie perché aveva scoperto il suo vizio del gioco, ha deciso di spostarsi per cercare quel lavoro che non esiste più per tante, troppe persone.

”Ho provato a cercare lavoro dove abitavo io, ma non ho trovato nulla – spiega con freddezza – poi sono uscito dalla Puglia ma tutti mi chiudevano le porte in faccia. Così ho iniziato ad abbattermi, a sentirmi inutile e questo ha aggravato ancora di più la mia situazione”.

”Non potevo più mantenere casa, non potevo sostenere pagamenti, non avevo più nulla anche a causa del mio problema col gioco e l’unica soluzione era non possedere più quella casa, dove avevo vissuto con sacrificio con quella che pensavo sarebbe stata la donna della mia vita, la donna che penso di aver offeso”.

”All’inizio mi hanno aiutato degli amici, ma non riuscivo psicologicamente a pesare sugli altri e quindi li rassicuravo dicendo che stavo bene. Io mi arrangio parecchio nei lavori manuali, quindi riuscivo a mettere da parte qualche soldino per tirare avanti e affittare una stanza magari, ma pian piano che passavano i mesi anche questi lavoretti diminuivano. Così, mi sono ridotto alla miseria”.

Pescara è bella, luminosa, gioiosa in questo periodo di festa. E rappresenta per lui ricovero momentaneo come per tante altre persone che non possiedono più nulla, a causa di una crisi economia terribile.

Dunque, la stazione dei treni, simbolo di passaggio e cambiamento, per tante persone è l’unica soluzione possibile soprattutto in inverno.

Walter ha deciso di appostarsi davanti alla stazione di Pescara in una gelida notte alle porte del Capodanno, ma viaggerà ancora, si sposterà di nuovo alla ricerca di una piccola fortuna che lui servilmente tira in ballo quando parla di sé: ”Deve capitare qualcosa di buono pure a me prima o poi, no?”

Come lui, tante altre persone devono fare i conti con questa triste realtà ed il periodo di festa, in cui le famiglie si riuniscono per mangiare e bere insieme, durante il quale si dà spazio magari con più forza all’amore e si tenta di accendere il sorriso dei propri figli, una simile condizione diventa una lenta morte interiore.

Molti dei senzatetto che trovano riparo presso la stazione di Pescara sono schivi, non hanno voglia di parlare della propria vita e nemmeno ricordare un passato felice.

Alcuni non conoscono la lingua italiana, quindi fanno fatica ad esprimersi, altri si nascondo dietro paraventi improvvisati con cartoni per ripararsi dal freddo o dagli sguardi indiscreti che a volte sono molto più agghiaccianti di un vento freddo come lo stesso Walter fa notare: ”Certe volte quando mi guardano, capisco che c’è qualcosa che non va e mi sento povero e solo: effettivamente lo sono proprio”.

E allora, Walter ha deciso di fuggire di nuovo, alla ricerca di una felicità perduta.

”Per l’anno nuovo, vorrei riuscire ad andare al nord d’Italia, se riesco a Milano, tutti dicono che è più facile trovare lavoro, magari ce la faccio anch’io”.