L’AQUILA – All’interno del Partito democratico della provincia dell’Aquila i big marsicani hanno le idee più chiare dei loro dirimpettai del capoluogo.
È questa la chiave di lettura del congresso che ha eletto Mario Mazzetti segretario per acclamazione ma che non ha riportato serenità nel Pd.
Il senatore Luigi Lusi, i consiglieri regionali Giovanni D’Amico e Giuseppe Di Pangrazio e il presidente del Consorzio acquedottistico nonché sindaco di Cerchio, Gianfranco Tedeschi, nonostante i cattivi rapporti di un tempo, si sono seduti da tempo intorno a uno stesso tavolo e hanno pianificato i rispettivi percorsi politici.
Uno schema che, dicono i bene informati, suona più o meno così: Lusi e Di Pangrazio riconfermati, D’Amico candidato alla presidenza della Provincia, Tedeschi in corsa per il Consiglio regionale con la lista civica animata da Donato Di Matteo, Antonio Boschetti e Marco Verticelli che ha in Luciano D’Alfonso uno dei riferimenti.
In questa strategia, la “quadra” su Mazzetti è stata quasi un dettaglio.
Gli aquilani si sono svegliati solo quando Lusi ha cercato di fare l’en plein indicando come segretario vicario (quasi un tutore) il fedelissimo Francesco Piacente, assessore al Bilancio a Capistrello, Comune feudo del senatore (il primo cittadino è il fratello Antonino).
A quel punto è scattata la raccolta firme per la candidatura di Americo Di Benedetto, ex sindaco di Acciano e attuale presidente della Gran Sasso Acqua.
Un’iniziativa provocatoria, tanto che Di Benedetto ha precisato di “non avere mai dato la disponibilità a ricoprire quel ruolo”, ma efficace: il ticket Mazzetti-Piacente è stato ritirato.
Non contenti, i più arrabbiati hanno rilanciato in extremis e si sono fatti sottoscrivere da 165 delegati un documento che proponeva come presidente dell’assemblea lo stesso Di Benedetto, illudendosi di poter dare anima a un congresso che non aveva molto da dire, con i giochi chiusi da tempo.
Un ruolo onorifico, nulla più, ma nemmeno su questa cosa l’hanno spuntata.
Mazzetti si è comportato come un pesce in barile, qualcuno si è anche scaldato e ha fatto alzare i toni della discussione, ma la realtà è che alla fine ha prevalso la logica del “non facciamoci ancora più male, poi si vedrà”.
In tutto questo marasma ha fatto rumore il silenzio dei pezzi grossi del Pd aquilano.
Giovanni Lolli ha lasciato la verve delle mail infuocate scritte a maggio contro Lusi e D’Amico (e diffuse anche a molti iscritti) nella memoria del suo computer.
Stefania Pezzopane ha lanciato un appello di maniera all’unità e ha invitato a riconsiderare la scelta sulla mancata presidenza a Di Benedetto (che tra l’altro, a quel punto, non aveva nessuna intenzione di proseguire nel gioco).
Per descrivere il clima basta raccontare della presenza fugace di Massimo Cialente (in parte giustificato): è arrivato tardissimo perché impegnato a Tempera, è rimasto poco e non ha preso la parola neanche per un saluto, nonostante Pier Luigi Bersani abbia detto più volte che L’Aquila, per i democrat, è una questione nazionale.
Evidentemente avevano la testa altrove: chi a Roma, chi al balletto della fascia tricolore del capoluogo.
In tutto ciò i marsicani si fregavano le mani e pensavano: “bottino pieno, ed è solo il primo passo”. (red)
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