L’AQUILA – Trasudano storia e vita aquilana, le mura del cinquecentescocentesco palazzo Cappa, recentemente tornato alla vita dopo i danni riportati a causa del terremoto del 6 aprile 2009.
Tra quelle stesse mura intrise di antichità, al piano superiore dell’edificio da poco restaurato, nascerà un bed & breakfast che, nelle sue quattro stanze da letto, ripercorrerà nei colori e negli stemmi la storia dei quarti in cui era originariamente diviso il capoluogo abruzzese.
Un’attenzione particolare sarà riservata anche alle chiese capoquarto di San Marciano, Santa Giusta, Santa Maria Paganica e San Pietro, che saranno raffigurate in ceramica sulle porte di ogni camera, come spiega ad AbruzzoWeb Marcantonio Cappa, proprietario del palazzo e titolare del b&b che aprirà all’inizio dell’estate.
“Abbiamo voluto rendere omaggio alla città ripercorrendone la storia anche all’interno delle camere – afferma – Ogni stanza, tinteggiata con il colore araldico del quarto, avrà disegnata a mano in ceramica la sua chiesa capoquarto. Sarà la mia famiglia a gestirlo, noi infatti torneremo a vivere al piano di sotto”.
Passato e presente, radici e ali si intrecciano tra antichità e sguardo al futuro, nell’ottimismo di Cappa che crede fortemente nella ripartenza del centro storico dell’Aquila, tanto da aprire un’attività nel cuore della città ancora martoriata dal sisma, che da qualche mese inizia a rumoreggiare tra i cantieri allestiti.
“Amo questa città e sono convinto che il futuro tornerà a essere radioso per tutti noi – prosegue – Aprire un b&b in centro è una sfida, ma anche una scommessa dettata dalla mia profonda fiducia nel futuro. Il centro storico dovrà ripartire, non solo di notte, ma anche di giorno, con attività commerciali e uffici. La vita è anche e soprattutto di giorno”.
Investire sul turismo dell’Aquila, questo l’obiettivo di Cappa che spera che il suo possa essere un esempio per tanti imprenditori del capoluogo.
Ma il suo non sarà un b&b come tanti, sottolinea, “perché qui la mattina ci si sveglia con il rumore di martelli pneumatici e gru. I nostri clienti diventeranno nel loro piccolo parte della ricostruzione e la vivranno da dentro – fa notare – considerando che si tratta di un gigantesco cantiere”.
I baroni Cappa rappresentano una della famiglie più antiche del capoluogo che, dopo il terremoto del 1703, contribuì attivamente assieme ad altre alla ricostruzione dell’Aquila: proprio per questo, una delle sette edicole poste sulla scalinata della chiesa di San Bernardino, le famose “nicchiette”, è intitolata alla loro famiglia.
“Abbiamo vissuto qui dal 1700 – dice – io e i miei fratelli siamo nati tra queste mura e siamo stati battezzati qui dentro. La mia famiglia aveva inoltre un feudo a San Nicandro, un paese poco distante dall’Aquila, dove si dedicava alla coltivazione di zafferano. Questa tradizione è stata ripresa e conservata da due miei nipoti”.
L’attuale palazzo Cappa, originariamente con connotazioni architettoniche diverse, apparteneva agli Oliva: fu infatti Giacomo Oliva a costruirlo intorno alla fine del ‘500.
I Baroni Cappa di San Nicandro si trasferirono in questo edificio verso la fine del ‘700 e da allora, continuatamente, rappresentò la residenza della famiglia.
Il complesso oggi arrivato alla ricostruzione è costituito da due unità distinguibili anche sotto il profilo dell’epoca di costruzione: palazzo Cappa e palazzo Camponeschi. Le esigenze della ricostruzione li hanno riuniti in una porzione unica di aggregato detta Palazzo Cappa-Camponeschi.
Come gli altri palazzi aquilani anche queste strutture sono passate attraverso costruzioni e ricostruzioni a causa dei vari terremoti che nel tempo hanno segnato il territorio, modificando le parti antiche della città Il terremoto del 1703 da una nuova connotazione settecentesca.
A palazzo Cappa si accede da un portale settecentesco ad arco policentrico che immette in una piccola corte interna dove sono visibili elementi più antichi riferibili al XIV secolo.
Le finestre hanno le classiche incorniciature su mensole e i soffitti sono raffinatamente decorati da affreschi di scuola napoletana di epoca settecentesca che rappresentano Ester e Assuero in una scena biblica, Venere e Adone, un’allegoria di Giunone, e l’aquila di Giove che rapisce Ganimede.
LE OPERE DI CONSOLIDAMENTO E RESTAURO
I lavori di consolidamento e restauro, durati 2 anni e costati 2 milioni 800 mila euro, sono stati condotti dalla ditta Mancini, su progetto degli ingegneri Wolfango Millimaggi e Antonello Ricotti, mentre gli apparati decorativi sono stati realizzati da restauratori dell’Istituto centrale per il restauro (Icr).



