ROMA – Il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, si è dimesso dopo l’approvazione da parte del Parlamento della legge di stabilità.

Dopo la firma del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha sciolto le Camere, il testo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale e allora sarà legge a tutti gli effetti.

A quel punto tutte le categorie interessate potranno scartabellare tra i 560 commi che la compongono e che non sono stati ancora tutti sviscerati.

In due commi della norma si parla anche dell’Aquila. Si tratta del 153 e del 245.

Con il primo è previsto che le risorse statali destinate alla metropolitana di superficie vengano revocate e destinate al finanziamento di interventi finalizzati al miglioramento delle condizioni di mobilità urbana aquilana.

Con il secondo si autorizza fino e non oltre il 30 giugno 2013, per le ultimative emergenziali esigenze di personale del Comune, anche in deroga alle vigenti normative limitative delle assunzioni in materia di impiego pubblico, la proroga dei contratti del personale a tempo determinato impiegato nei settori urbanistico e delle politiche sociali, “per le azioni a sostegno del recupero del patrimonio immobiliare e dell’identità sociale e culturale cittadina”.

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Quel che è certo è che l’impatto finanziario, dopo il travagliato passaggio in Senato, è raddoppiato da 15 a 32,4 miliardi.

E alla Camera sono piovute le polemiche nei riguardi del Senato, del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato per la trasformazione della legge in un testo che “ha travolto le regole della contabilità e della finanza pubblica”, come ha detto il relatore a Montecitorio, Pier Paolo Baretta (Pd).

Questo non si ripeterà nella prossima legislatura visto che il Senato, nella sera di giovedì, ha approvato definitivamente la legge di attuazione del pareggio di bilancio in Costituzione che rende ancora più rigide le regole di contabilità, con l’arrivo di un Organismo indipendente dei conti, e con la sperimentazione del budget a “base zero” dal 2014.

La Camera ha confermato la fiducia al governo con 373 sì, 67 no e 15 astenuti. Nel voto finale sul provvedimento, l’ultimo della legislatura, ci sono stati 309 sì, 55 no e 5 astenuti, con molti deputati già in fuga con il loro trolley.

Naturalmente nulla è stato modificato rispetto a quanto approvato dal Senato, ma agli inquilini di Montecitorio non è piaciuto il lavoro dei colleghi di palazzo Madama, che hanno ricevuto un testo di 210 commi e con un valore di 15 miliardi, e ne hanno restituito un altro di 560 commi (questo il numero definitivo) e un impatto di 32,4 miliardi, nel quale sono aumentate sia le entrate che le spese.

Certo, come ha osservato il sottosegretario Gianfranco Polillo, “il cambio di fase politica, cioè la crisi di governo” ha indotto l’esecutivo a inserire nel testo il Milleproroghe e altri decreti. Ma i senatori, hanno accusato i deputati, ci hanno messo del loro. Ed anche Tesoro e Ragioneria generale dello Stato sono stati meno rigorosi con i senatori che non con i deputati.

Il “paradosso” segnalato dal presidente della commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti (Lega) è che il Senato, dopo aver votato questa legge di stabilità ha approvato, giovedì sera, la legge di attuazione del pareggio di Bilancio in costituzione, l’ultimo degli adempimenti richiesto all’Italia dal Fiscal compact.

Non solo viene istituito un Organismo indipendente di controllo sui conti pubblici, che si chiamerà Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), come in altri paesi europei e negli Usa, ma coraggiosamente si prevede che dal 2014 si studi il budget “a base zero”.

In pratica, a parte alcune poche voci di spesa rigide, per tutte le altre non si partirà ogni anno dalla spesa storica bensì si riprogrammerà la stessa spesa, così non solo si risparmierà ma le risorse verranno riallocate di volta in volta nel modo migliore per far crescere il Paese.

LE DIMISSIONI DI MONTI

Cala il sipario sul governo dei tecnici e anche la legislatura è ormai a un passo dal suo “the end”: oggi, salvo sorprese, le Camere saranno sciolte.

Mario Monti è da oggi un presidente del Consiglio dimissionario, e il suo governo resta in carica solo per l’ordinaria amministrazione. Come aveva annunciato l’8 dicembre, dopo che il Pdl gli aveva voltato le spalle alla Camera, il premier ha aspetto il sì definitivo alla legge di stabilità e subito dopo è salito al Quirinale per dimettersi.

Una breve riunione del Consiglio dei ministri (giusto il tempo di approvare definitivamente le regole sull’incandidabilità per le prossime elezioni e di sentire da Monti la conferma della sua intenzione di lasciare il campo) ha preceduto l’incontro del premier con il capo dello Stato.

È stato un’incontro di breve durata: in tutto una ventina di minuti per concordare gli ultimi particolari della road map che conduce verso il voto anticipato.

Napolitano, come da copione, ha preso atto delle dimissioni e ha inviato il governo a restare in carica per gli affari correnti. Dopo un giro di consultazioni-lampo dei capigruppo parlamentari il capo dello Stato prenderà la decisione finale sulla fine della legislatura.

Tutto lascia prevedere che lo scioglimento delle Camera arriverà oggi: nessuna incertezza, ormai, sulla data delle elezioni, che si terranno il 24 febbraio.