ROMA – Il Meccanismo europeo di stabilità, MES o Fondo Salva Stati, è stato ratificato dal Parlamento italiano nel 2012. È un trattato tra i 19 Stati dell’eurozona che consente ai Paesi in difficoltà finanziaria di richiedere un aiuto al fondo.

L’Italia partecipa con una sottoscrizione di capitale di circa 125 miliardi di euro e ne ha versati – quale sua quota – poco più di 14 (nel frattempo l’allora governo Monti non trovava 4 miliardi per non introdurre l’Imu, ma questa è un’altra storia).

L’aiuto finanziario arriva in questo modo: lo Stato richiede l’intervento al Fondo, il quale acquista i suoi titoli del debito pubblico (titoli di Stato) sul mercato secondario e non su quello primario (cioè quelli già in circolazione e non quelli battuti mensilmente dal Tesoro). Il Fondo, a garanzia, sottoscrive con lo Stato richiedente un Memorandum con cui lo Stato stesso si impegna ad assumere misure macroeconomiche che, in sostanza, mirano al contenimento del debito pubblico e della spesa corrente. Alias, tagli alle voci di spesa pubblica più sensibili come sanità, pensioni, scuola etc e inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale.

Il Fondo si spinge anche a chiedere in garanzia gli asset pubblici (beni pubblici di valore), che uno Stato col cappio al collo accetta di ipotecare. La Grecia in sostanza – dal punto di vista finanziario – non è più una nazione libera e indipendente.

Nel 2020-2021 i Paesi dell’eurozona hanno deciso alcune modifiche al MES originario, tra cui la più rilevante è la sostituzione del Memorandum con la “lettera di intenti”.

Il Memorandum è un accordo politico tra Stato richiedente e Troika (Commissione europea, FMI e BCE), dove la Troika fa la parte del leone; la lettera d’intenti esclude invece l’accordo politico. Se vuoi l’intervento del Fondo devi rispettare comunque i criteri normativi ed economici per potervi accedere, senza alcuna trattativa politica, cioè senza che si tenga conto delle esigenze della collettività. Un meccanismo automatico di accesso che esclude la politica, cioè la democrazia.

L’Italia ha sottoscritto il nuovo trattato quando al governo c’era Giuseppe Conte, a capo del governo giallo-rosso.

Oggi la maggioranza parlamentare di centrodestra che sostiene il governo Meloni non vuole ratificarlo perché ritiene i meccanismi del Mes, emblema dell’austerità, superati dalla nuova fase storica post-pandemica.

E su questo la maggioranza ha ragione da vendere. Tuttavia, ratificare un trattato non significa utilizzarne i meccanismi, infatti l’Italia non ha mai fatto ricorso al Mes, né durante la crisi dello spread (2011-2012), né durante la pandemia (2020-2022). Ma non ratificarlo non significherebbe affatto abrogare il Mes, bensì mantenere il meccanismo ratificato nel 2012. La soluzione sarebbe quella di stralciare completamente Mes e Fiscal compact, ma la Germania e i Paesi del Nord Europa non ci pensano minimamente.

Allora che fare? Forse la soluzione machiavellica sta nel ratificare il Mes (tanto per noi non cambia assolutamente nulla) e chiedere in cambio maggiore flessibilità per il PNRR. Insomma, vendere cara le pelle con una trattativa politica nell’interesse nazionale. E forse è quello che il governo sta già facendo. di Giuseppe Palma