L’AQUILA – Tre ragazzi in pantaloncini attraversano senza attirare particolare attenzione il tendone delle Casematte, scambiando con i ragazzi in attesa cenni d’intesa, sorsi di birra e qualche pacca affettuosa.
Davvero non si direbbe siano loro la ragione della folla, visto che sembrano in tutto e per tutto parte del pubblico, ma quando il concerto comincia ci si rende conto che sono proprio i tre ragazzi a suonare, anche se a tratti sono così vicini al pubblico da essere distinti solo per gli strumenti.
“Venite più vicini, più vicini!”, ripete più di qualche volta Federico, il bassista, nel corso del concerto, e la gente sembra cogliere alla lettera l’invito al punto di arrivare a sollevare di peso il chitarrista Federico.
Loro sono i My distance, gruppo hardcore punk aquilano, composto da Federico Venta (basso e voce), Federico Ferrari (chitarra) e Mauro D’Onofrio (batteria), reduci, assieme agli Straight Opposition di Pescara, da un tour italiano non da poco per un gruppo i cui membri non arrivano neppure a 23 anni.
A dispetto della giovane età dei ragazzi, la loro musica è invece complessa, matura, con sonorità e vocalizzi che non attingono da un unico genere musicale, ma che hanno assorbito i suoni e il rumore di un lungo percorso musicale e di vita.
“È il momento giusto per noi – spiega Federico, il chitarrista, che fa da portavoce – Stiamo premendo per farci strada, questo tour è stato una cosa incredibile, un’esperienza bellissima. Ci auguriamo che sia solo l’inizio!”.
La tournée da cui i My distance sono reduci ha toccato svariate città italiane, tra cui Milano, La Spezia, Modena, dove hanno avuto l’occasione di esibirsi con molti altri gruppi.
Nel tour sarebbe dovuta essere presente anche una data a Nancy, in Francia, che purtroppo è saltata a causa di un guasto al loro furgone.
Partiamo dall’inizio, qual è la vostra “storia”? Da dove avete cominciato?
Siamo i My distance da quasi due anni, ma abbiamo cominciato a suonare insieme nel 2003. Sì, eravamo piccoli, io ero ancora in terza media! Eravamo molto amici, un giorno abbiamo deciso dal nulla che volevamo diventare come i Blink 182, ci siamo messi a suonare e poi è diventata una cosa seria.
I My distance presentano il loro nuovo cd, Standing against the odds, durante il concerto, anche se sarà disponibile solo a giorni. Questo è il loro secondo cd come My distance, ma ne avevano già incisi tre, tra l’altro autoprodotti, quando il gruppo si chiamava Metafora 28.
A un certo punto abbiamo avvertito il bisogno di cambiare, volevamo avvicinarci di più al sound delle band a cui ci ispiriamo, i Comeback Kid, i Belvedere, i Thrice e tutti gli altri. Loro cantano tutti in inglese, mentre noi come Metafora 28 producevamo testi solo in italiano.
Quando abbiamo preso la decisione di allontanarci da quello che eravamo, quando abbiamo preso le distanze da noi stessi, il nuovo nome del gruppo è venuto fuori da sé: My distance.
Avete cambiato solo il nome o è cambiato anche qualcos’altro?
Siamo cresciuti e io sono molto soddisfatto: credo che a questo punto abbiamo tutti e tre la stessa idea di gruppo, abbiamo raggiunto una nostra stabilità e stiamo facendo quello che volevamo fare.
Per esempio abbiamo cominciato a scrivere in inglese, poi io e Venta ci siamo invertiti i ruoli: nei Metafora 28 cantavo io. Abbiamo scelto di ‘scambiarci’ per una serie di motivi. Io non ce la facevo proprio a fare il cantante. Quando sono in tensione, prima degli esami e prima dei concerti, la prima cosa che va via è la voce e a un concerto non puoi permettertelo! Poi, al di là di tutto, credo che Fede abbia un gran potenziale come cantante!.
E per quanto riguarda i testi?
Scrivere in inglese è sicuramente più complesso: le canzoni le scriviamo a metà io e Federico Venta, ma prima che esca il cd passano attraverso severissime revisioni di madrelingua. In italiano magari mi sentivo più libero nella composizione dei testi, però credo che il risultato non abbia paragoni.
Il contenuto non è cambiato: abbiamo sempre scritto testi piuttosto introspettivi. È raro che ci soffermiamo a parlare di cose oggettive, come magari fanno altri gruppi: noi parliamo degli eventi visti dalla nostra soggettività.
Parliamo di effetti senza cause! O meglio, noi scriviamo dell’effetto, abbiamo una causa nostra, ma non la scriviamo, in modo tale che chi ci ascolta possa poi sentirci dentro la sua causa.
Viene da pensare a una causa piuttosto importante: il terremoto. È entrato nei vostri testi?
È scontato, ormai è un vissuto forte che ci portiamo dietro. Anche se non c’è direttamente nelle nostre canzoni: parliamo spesso di come ci ha lasciato, di quello che sentiamo ora, di ciò che abbiamo provato, ma non portiamo mai avanti la realtà oggettiva, è una nostra scelta.
Però c’è una canzone del nuovo cd, in cui ha collaborato anche il cantante dei Coffee Shower, che si chiama Enthropya. Beh, i riferimenti del testo sono molto evidenti: parliamo della vita che, quando ci accadono determinate cose, accelera, va velocissimo e tu non riesci a capire.
Nella stessa canzone ci sono immagini forti, tu che rientri nella tua camera e trovi la libreria caduta e tutte le tue cose sparse sul pavimento. Un aquilano può ben capirle, ma secondo me arrivano anche a chi non è di queste zone e non sa che abbiamo vissuto un terremoto.
Mi piace pensare che chi ci ascolta possa sentire se stesso nelle nostre canzoni.
Progetti per il futuro?
Stiamo spingendo un po’ da tutte le parti per farci conoscere. Speriamo di avere la possibilità di andare a suonare un po’ in giro, anche per promuovere questo nuovo disco.
Federico fa per alzarsi e congedarsi, ci pensa su un momento.
“Voglio un 2011 che distrugge!”, esclama ridendo prima di tornare nel tendone per godersi altra musica.



