L’AQUILA – “La mia vita e il mio cuore sono divisi da tempo tra L’Aquila e la Palestina, due luoghi distanti, completamente diversi tra loro, ma strettamente legati dalla distruzione e dalle cattive notizie”.
Si racconta così ad Abruzzoweb Mohammed Suleiman, ingegnere palestinese trapiantato nel capoluogo abruzzese dove ormai vive e lavora da 16 anni.
Sedici anni fatti di lontananza, nostalgia e continua apprensione per un luogo, la sua terra d’origine, in cui vivere non è mai stato facile, in cui le giornate della gente proseguono a fatica sotto la scarica continua delle bombe, mentre le ore notturne sono scandite dalle esplosioni e dal suono di droni e jet che passano sulle loro teste. In sottofondo, l’assurda crudeltà del conflitto tra arabi e israeliani che sembra non placarsi.
Un luogo in cui le persone vivono nel terrore costante, nella preoccupazione di ciò che potrebbe accadere ad amici e familiari in ogni momento, nella paura di andare a trovare i feriti perché, ormai, anche gli stessi ospedali non sono più posti sicuri.
“I civili non hanno mai voluto la guerra – dice l’ingegnere – È la politica, con i suoi sporchi interessi, la prima a non voler creare un processo di pace, perché altrimenti non esisterebbe più nemmeno l’industria bellica e nessun gruppo fondamentalista sarebbe ancora finanziato e sostenuto dal sistema internazionale”.
E sui gruppi fondamentalisti, che edefinisce “estremisti e fanatici di culti e ideali radicalizzati”, Mohammed ha le idee ben chiare.
“Le popolazioni, arabe o isreliane che siano, non hanno nulla a che fare con questi individui – ribadisce – perché lì tutti vorrebbero solo vivere in pace, sia tra di loro che con tutte le altre minoranze che, per quanto diverse possano sembrare, rappresentano una ricchezza, un faro di cultura da rispettare e da cui apprendere sempre qualcosa in più attraverso la convivenza”.
Una convivenza tra culture differenti di cui lo stesso ingegnere è sempre riuscito a comprendere il valore, non solo perché 16 anni fa ha dovuto imparare a fare i conti con una realtà nuova, quella aquilana, ben diversa dalla sua, ma perché ha sempre fatto parte degli insegnamenti impartitigli sin dalla tenera età dalla sua famiglia di origine araba e musulmana.
“Ricordo – racconta – che i miei vicini di casa erano cristiani e che mia nonna, proprio per rispetto loro, evitava sempre di cucinare carne nei giorni di quaresima”.
“Io, poi, ho davvero tanti amici israeliani – aggiunge – e il mio stesso cognome, Suleiman, è di origine ebrea. Perché quindi sterminarci a vicenda se, fondamentalmente, siamo tutti fratelli? È il mondo ad essere sporco, non le popolazioni che ci vivono e ne è testemonianza la stessa stampa internazionale che, chissà perché, continua a essere sempre filo-israeliana, senza mai tener conto delle stragi e dei continui stermini in cui a rimetterci è solo povera gente”.



