PESCARA – “Esistono ancora maghi che dicono di saper curare i tumori con l’imposizione delle mani, che speculano sulla tragedia di famiglie che vivono il dramma delle malattie per cui non ci sono ancora cure efficaci”.

A parlare, con toni ben diversi da quelli del recente passato, è il consigliere regionale Emilio Nasuti, presidente della commissione sanità Bilancio del Consiglio regionale d’Abruzzo, già convinto sostenitore dell’azione di avvicinamento della Regione al metodo Stamina.

Il riferimento è alla chiusura delle indagini sul metodo per la cura delle malattie neurodegenerative da parte della procura della Repubblica di Torino, nei confronti degli indagati Davide Vannoni, origini teramane, il ‘papà’ di Stamina, e altre 19 persone, tra cui Marino Andolina, già direttore del dipartimento Trapianti dell’ospedale ‘Garofalo’ di Trieste, primo pediatra italiano a eseguire trapianti di midollo trent’anni fa.

Le accuse sono a vario titolo di associazione per delinquere e truffa, in quanto non solo non ci sarebbero stati miglioramenti nella salute dei pazienti sottoposti alla metodica Stamina ma, anzi, si sarebbero “verificati eventi avversi in un numero significativo”.

Quel metodo Stamina appunto, che dopo l’esordio agli Spedali Riuniti di Brescia avrebbe potuto essere sperimentato anche in Abruzzo, all’ospedale ‘Santo Spirito’ di Pescara, a seguito dell’approvazione all’unanimità di una risoluzione in Consiglio regionale, successiva alla sentenza del tribunale dell’Aquila che aveva stabilito il diritto per i genitori della piccola Noemi Sciarretta di Guardiagrele (Chieti), affetta da atrofia muscolare spinale, di sottoporre la bimba alla sperimentazione.

I dubbi, però, ricorda Nasuti ad AbruzzoWeb, “sono emersi da subito, in commissione Sanità. Ci siamo affidati alla competenza internazionale in tema di ghiadole staminali del professor Paolo Di Bartolomeo, direttore del dipartimento di ematologia dell’ospedale di Pescara – prosegue – il quale per prima cosa ha chiesto a Vannoni e al suo collaboratore Andolina una documentazione scritta e un protocollo di terapia da esaminare attentamente. Senza questo passaggio, abbiamo spiegato chiaramente in commissione, non si sarebbe potuto in alcun modo dare il via libera alla sperimentazione”.

“Vannoni e Andolina – continua a ricostruire la vicenda Nasuti – hanno cominciato subito a porre problemi di brevetto e copyright del metodo, che non poteva essere divulgato, e dunque non poteva essere nemmeno sottoposto a una seria valutazione. Una risposta inaccettabile: non potevamo mica prendere il metodo Stamina a scatola chiusa!”

Da quel momento Vannoni e Andolina non si sono fatti più sentire.

“A seguito del loro dileguarsi – l’analisi di Nasuti – abbiamo capito subito che non c’era nulla da capire, che c’era anzi qualcosa che non tornava. E l’esito del’inchiesta di Torino non ha fatto altro che confermare i sospetti che erano emersi in commissione”.

L’Abruzzo, insomma, ha corso e scampato il rischio di spendere milioni di euro per una cura che, almeno per i magistrati torinesi e i loro consulenti  scientifici, altro non è che una presunta truffa ai danni di famiglie disperate, che il metodo Stamina lo hanno pagato talvolta a peso d’oro.

L’interlocutore principale per Stamina della Commissione sanità, Andolina, si legge nelle carte processuali, avrebbe detto al telefono, riferendosi a genitori che avevano rilasciato dichiarazioni non gradite ai quotidiani, “che non avrebbe avuto pietà di loro e che gliela avrebbe fatta pagare”.

Lo stesso Andolina che ad AbruzzoWeb ha dichiarato in passato: “Se il via libera alla sperimentazione va male qui in Abruzzo, non abbiamo più speranze in Italia, andremo all’estero. Ormai il ministero della Salute ci blocca dappertutto, le aggressioni sono state terribili, non c’è un problema di lobby ma di cosca”.

“La Lorenzin – ha aggiunto nell’intervista – ha nominato un comitato scientifico assolutamente non super partes, di gente che si era espressa contro Stamina prima di essere nominata, quindi senza neanche prendere una carta o mandare i medici a visitare i pazienti. Oggi la medicina ufficiale non lascia ai malati altra possibilità di cura”.

Negli atti della procura di Torino si sottolinea ancora che Vannoni e altri avrebbero operato sui 101 pazienti identificati e sui 37 donatori “senza eseguire o far eseguire i test necessari prima dell’impiego del prodotto sull’uomo, così indebitamente trasformato in cavia”, e “in assenza di qualsivoglia pubblicazione scientifica atta a identificare le caratteristiche del cosiddetto metodo Stamina e a renderlo consolidato e riconoscibile”.

Tutto ciò, inoltre, sarebbe avvenuto “somministrando o facendo somministrare ai pazienti preparati senza conoscerne natura, implicazioni, potenzialità, rischi”, omettendo “l’adeguata informazione circa la terapia da somministrare, la natura dei trattamenti e i possibili rischi”.

E c’è poi un altro recente episodio in cui il destino di Vannoni ha incrociato l’Abruzzo: quando l’uomo di Stamina ha annunciato, circa un mese, fa la sua candidatura alle elezioni europee con l’Alleanza dei liberal-democratici per l’Europa, su esplicito invito di Daniele Toto, imprenditore abruzzese, ex deputato e candidato europeo anche lui con l’Alde.

Immediata la smentita del partito: “La notizia è totalmente destituita di fondamento: nell’unica lista dell’Alde non c’è spazio per candidature incompatibili con i principi liberaldemocratici e con la serietà delle componenti che li rappresentano”.

A cui ha fatto seguito un repentino dietrofront di Vannoni: “Non sono candidato in nessuna lista. Io non ho nessuna proposta e nessuna richiesta ufficiale da parte di nessuno”.