L’AQUILA – Celebrare l’impresa dell’alpinista Sergio Martini, che è stato l’ottavo uomo al mondo ad aver scalato le 14 vette del mondo alte oltre 8.000 metri.

Tutto è nato così. Con questo obiettivo Marco Iovenitti (nella foto), giovane di Tempera, frazione dell’Aquila, classe 1985, lo scorso aprile si è lanciato nella emozionante impresa della spedizione sull’Himalaya.

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A fargli da sponsor il gruppo Edimo. “Senza gli sponsor queste spedizioni sarebbero quasi impossibili”, racconta Marco.

“Ho iniziato da piccolissimo, avevo 3 anni. Papà mi portava a sciare, frequentavo spesso la montagna. A 16 anni ho provato per la prima volta lo sport dell’arrampicata. Prima su roccia, e poi anche su ghiaccio.

E il progetto della spedizione in Himalaya come è nato?

A fine gennaio 2010 ero in Trentino, dove vado spesso, a scalare sulle cascate di ghiaccio. Lì alcuni amici mi hanno parlato di questo progetto. Già nel 2004 avevo avuto l’occasione di partire per una spedizione, e ci avevo rinunciato perché frequentavo l’Università. Questa volta non me la sarei persa assolutamente.

Ora sei laureato?

Si, mi sono laureato in Fisica all’Università dell’Aquila, e ora frequento la specialistica, sempre di Fisica, alla Sapienza di Roma.

E con gli allenamenti come ti organizzi?

In relazione alla spedizione mi allenavo cinque-sei giorni a settimana. Vengo da gare di sci sul Gran Sasso e sulle Alpi, quindi fisicamente ero già abbastanza allenato. Per l’arrampicata c’è bisogno di prove di forza e resistenza. Comunque continuo ad allenarmi tutti i giorni. Ad esempio la prossima settimana andrò sulle Dolomiti.

L’arrampicata è uno sport molto rischioso, e allo stesso tempo emozionante. Un aneddoto bello e uno che preferiresti dimenticare?

Quello bello si ripete ogni volta. È l’emozione che questo sport mi regala. Arrivare su, dove mi sono prefissato, mi fa sentire vivo, perché mentre lo fai ti accorgi che stai rischiando la vita. Poi arrivi alla cima e provi a te stesso che ce l’hai fatta.

Purtroppo anche di ricordi brutti ce ne sono molti. Si sente quasi ogni giorno parlare di persone che muoiono sulle montagne. Proprio lo sport che amo di più mi ha strappato via tanti amici. Stefano Zavka, un mio amico di Terni, è morto durante una spedizione sul K2, la seconda montagna più alta della terra.

Nonostante tu abbia perso molti amici sembri affascinato, quasi ammaliato da questo sport estremo. A te, in prima persona, non è mai accaduto nulla di negativo?

Sì. Una volta mi arrampicavo a Gaeta e a causa di un errore di manovre mi sono ritrovato libero, senza corda, a 200 metri d’altezza sul mare. Ho mantenuto il sangue freddo e ho spiegato al mio compagno le manovre che doveva eseguire. Poi è andato tutto bene, ma lì ho provato cosa vuol dire “vedere la morte”.

Quindi per te l’arrampicata è soprattutto “emozioni”?

Sì. Soprattutto l’arrampicata solitaria per me rappresenta un viaggio introspettivo. Nel senso che sei solo con te stesso, e ti confronti con te stesso, con le tue forze e le tue capacità. Ti trovi da solo di fronte alla verità, e li comprendi davvero quali sono i tuoi limiti, cosa puoi fare e cosa no, fin dove puoi arrivare. Quindi per me l’arrampicata è un mezzo per conoscere me stesso.

E la spedizione in Himalaya, oltre al successo, alla soddisfazione personale, alle tue sfide con te stesso, cosa ti ha regalato?

C’è una cosa che mi ha colpito molto. Allo stesso modo dell’Everest e dell’Himalaya. È la povertà del Nepal. Ho provato in prima persona l’esperienza di vedere bambini morti lungo le strade di Kathmandu, la capitale, ho parlato con le persone del posto, con i monaci buddisti. E quello che più sorprende parlando con loro, è la serenità, la disponibilità, il sorriso nonostante la sofferenza.

Spedizione a parte, quali sono i ricordi più importanti che ti sono rimasti di quei posti?

Ricordo una bimba vestita di bianco, che mi osservava attentamente mentre mangiavo un uovo sodo, e mi accarezzava il braccio con dolcezza. E poi gente che porta 130 chili di carico sulle spalle, i tubi delle condotte forzate portate in spalla per i ripidi sentieri della valle del Kumbu. E poi il loro sorriso. Sempre. Questo è l’aspetto che mi ha segnato, quello più bello che mi porto dentro della spedizione. Da allora non sono più lo stesso: molte cose sono cambiate dentro di me.

La prossima spedizione quando sarà?

Forse nel 2011 o 2012, di nuovo in Nepal con alcuni aquilani. Oppure con gli amici del trentino sul Cho Oyu, tra Tibet e Nepal, a 8.200 metri d’altezza. Ma se dovrò scegliere tra le due proposte, sicuramente partirò con gli amici aquilani. Ne sarei davvero onorato.