L’AQUILA – Per chi ha conosciuto e apprezzato Marco Ianni da ragazzino, saperlo allenatore in seconda (per ora) insieme al blasonato mister Roberto Cappellacci, è più di una mezza sorpresa.
Perché è vero che in mezzo al campo, fin dai tempi delle giovanili dell’Aquila Calcio, l’ex centrocampista aveva l’indice da direttore d’orchestra, ma è altrettanto vero che il sangue bollente gli garantiva, diciamo così, più di qualche discussione con gli allenatori.
E poi, a sorprendere – piacevolmente – è l’età in cui ha smesso di stare in campo a distribuire palloni e belle giocate: 32 anni, ancora integro fisicamente e fresco di vittoria in campionato con la Sambenedettese.
Ecco, uno può pure decidere di smettere col calcio giocato. Come Michel Platini, gli facciamo notare, che però aveva il fisico contro e con la Juve e la nazionale francese s’era pappato una montagna di trofei.
Ma lui, lui Marco Ianni, che si piglia sul serio ma non per il sedere, ride di gusto.
Aquilano classe ’82, profeta in patria solo in gioventù e nel 2008-2009, poi il terremoto dell’Aquila, poi un paio di incomprensioni “ma non certo di natura economica” che lo hanno costretto a rinunciare a un “ottimo progetto a lunga scadenza, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.
Prima e dopo, una bella carriera, per anni da profeta altrove, ad esempio l’altrove in Marsica con la Nuova Avezzano, non proprio la curva sud dell’Aquila. Col fisico asciutto e nervoso. E i piedi decisamente delicati, papà Paolo lo sa, lo ha sempre saputo, lui che da dirigente del pallone coi calciatori bravi ha lavorato per una vita.
Marco Ianni, eccola qui, in attesa di ricominciare ad imparare come si fa in panchina senza essere un calciatore.
È un’esperienza nuova e stimolante, nonostante a Cosenza col mister non sia andata bene e c’è da aspettare il mercatro. Comunque, il fatto di poter iniziare con un allenatore del calibro di Cappellacci, mi ha convinto a lasciare il calcio giocato a 32 anni. È stata una scelta mia, avrei potuto cominciare più tardi, ma ho voluto cogliere questa occasione al volo. Ora sono solo all’inizio di un processo di crescita. Anche se, lo ammetto, in campo mi è sempre piaciuto gestire. Insomma, è stata scelta sofferta ma naturale, dopo 15 anni di sudore in campo.
Capiamo che non è stata semplice come opzione.
Esattamente. Avevo appena vinto il campionato a San Benedetto del Tronto, la mia non era una carriera finita, anzi, ero e sono nel pieno delle forze fisiche per poter continuare a correre su un terreno di gioco, ma con Cappellacci è nata l’idea di andare con lui a Cosenza e allora è cambiata tutta la mia prospettiva. C’era la possibilità che fosse De Feudis a seguirlo, ma non si è concretizzata. Il mister cercava un’altra persona di fiducia e questa cosa mi ha sorpreso molto, specie perché non l’avevo mai avuto come allenatore.
Dunque, da due anni è dall’altra parte della barricata.
È una vera e propria palestra, dal punto di vista calcistico ma anche personale, caratteriale. C’è tanto da imparare, questo sì. Cambia il mondo nel quale hai vissuto per anni. Cambia tutto.
Quel mondo che l’ha vista pochissimo a casa sua, L’Aquila, dove è nato e cresciuto.
Mi è mancata molto, anche se le soddisfazioni in carriera non mi sono mancate. Però, come dire, un giocatore vorrebbe innanzitutto vestire la maglia della propria città, della squadra per cui fa il tifo fin da piccolo. Peccato, non è andata così. Però il fatto che oggi L’Aquila Calcio sia ai vertici della Lega Pro dopo anni di ottime cose, mi fa capire che la mia scelta di puntare a restare in rossoblù era giusta. Mi fa piacere però sapere che il progetto era a lunga durata, vuol dire che avevo scelto bene. È Il sangue rossoblù è rimasto, ci mancherebbe altro, quello dell’Aquila è il primo risultato che guardo su internet e in tv col Napoli, l’altra squadra che tifo.
I suoi modelli da allenatore?
Ho avuto allenatori che magari non avevano un grande nome, ma gente come Ottavio Palladini ha dimostrato di essere molto seria in un mondo in cui ce n’è sempre meno. Ma anche Cifaldi e Ammazzalorso per me sono stati ottimi esempi, da ognuno di loro ruberò qualcosa, lo dico senza problemi. Ovviamente, Cappellacci lo metto in pole position, perché mi ha dato questa grande opportunità. A livelli più alti, invece, direi che Benitez mi piace molto, mi piace l’idea che ha del calcio sia in campo che fuori, a trecentosessanta gradi. Lui guarda molto a strutture e campi da allenamento, non soltanto al risultato. E poi allena il Napoli. Però non dimentico quelli semplici ma efficaci e molto preparati come Sarri.
Qualcuno che l’ha invece stupita perché è diventato un bravo, oppure ottimo, allenatore?
Allegri. E Montella. Non pensavo potessero arrivare a grandi livelli, invece ci sono riusciti e anche molto bene.
Chi l’ha ‘delusa’?
Credevo che Liverani fosse pronto per allenare. Ha avuto un po’ di difficoltà, ma sono sicuro che farà strada.
Parliamo di luoghi che conosce bene. Dov’è che lei ha respirato forte l’aria calcistica?
San Benedetto del Tronto. Per chi non ha toccato la serie A e la serie B, la passione calcistica della Samba è da palcoscenici superiori, pure in una partita di Eccellenza. La piazza è da serie A, c’è qualcosa che va al di fuori delle logiche di queste categorie. Con loro ho fatto la serie D, ma sembrava di stare su un altro pianeta, anche se alla fine non è semplice fare calcio con l’ossessione del risultato, della vittoria, ma la Samba è questo: prendere o lasciare.
E L’Aquila Calcio?
Un giorno spero di allenarla, dopo averla ‘cercata’ per anni da calciatore. Prima, però, devo diventare un ottimo allenatore.






