L’AQUILA – Per tutto il mese di agosto il Festival Nazionale Teatro di Gioia presenta la sua “passeggiata” di spettacoli e appuntamenti culturali per tanti paesi dell’Abruzzo aquilano.

AbruzzoWeb ne ha parlato con la scrittrice e direttrice artistica dell’evento, Dacia Maraini, seguendo con lei le tappe di un percorso appassionante.

Il Festival è quest’anno giunto alla sua 12ª edizione. Un bel traguardo, direi…

Eh sì. Ci vuole una certa determinazione per essere fedeli a se stessi. Stavolta abbiamo allargato il programma. Questo era il nostro progetto, farlo restare un fatto più ampio che riguardasse tutto il territorio dell’aquilano.

Questo programma non è statico ma “itinerante”. È il teatro che si muove per l’Abruzzo?

Sì certo. E comprende davvero molte parti dell’Abruzzo aquilano da Civitella Alfedena, Ortucchio, Scanno, Villetta Barrea, Gioia del Marsi, Pescina… sono veramente tante le “fermate” del nostro percorso.

Queste tappe hanno un percorso immaginario costruito o sono state scelte casualmente?

Hanno tutte un legame con il territorio. I paesi coinvolti hanno gli stessi interessi, sono in fondo quelli che hanno raccolto il nostro appello. Noi abbiamo lanciato l’idea. Devo dire che poi le risposte sono arrivate dopo, molte di più di quelle che pensavamo, ma oramai noi avevamo fatto il programma. Credo che questa voglia di mettersi insieme a fare teatro sia legata al territorio.

Uno spettacolo itinerante anche attraverso una ricerca alternativa, anche salutistica…

C’è l’idea di far conoscere ogni piccolo paese prima della manifestazione, per cui si può partecipare a un giro organizzato, per conoscere le bellezze del territorio, i suoi dintorni. Poi c’è un’offerta di assaggio di prodotti locali. Cerchiamo di mettere insieme tutto ciò che riguarda la mente e il corpo.

Passiamo in rassegna il programma del Festival Teatro di Gioia. Parte il 6 agosto a Civitella Alfedena con Viva l’Italia. Di cosa si tratta?

È un gruppo di ragazzi molto giovani che hanno allestito questo spettacolo, che riguarda principalmente il passaggio dall’unità d’Italia allo scontro con il Sud. Secondo me ci sono stati degli errori gravi, nel momento in cui l’esercito sabaudo si è presentato nel sud quasi come un colonizzatore. Lì sono cominciati molti guai che ancora oggi stiamo pagando.

A Ortucchio poi il 7 agosto andrà in scena Il respiro leggero d’Abruzzo: sono testi presi dalla letteratura sia di autori abruzzesi sia non abruzzesi come Natalia Ginzburg, che raccontano l’Abruzzo. L’Abruzzo, dunque, raccontato dagli scrittori e devo dire con delle punte molto poetiche, anche divertenti. Con delle poesie. Ci sono poi naturalmente Gabriele D’Annunzio, Ennio Flaiano. I nostri grandi.

L’8 agosto ci sarà a Villetta Barrea la rappresentazione La ballata del coraggio. La favola di Celestino V. Un omaggio dunque a questa figura mitica che del papa del “gran rifiuto”…

Sì, Celestino è ormai un vero e proprio mito. È bellissima l’idea di Eugenio Incarnati, che è uno scrittore di teatro. Lui ha lavorato tanto con noi. È bravissimo. È un testo molto bello dedicato a Celestino e alla sua disobbedienza di fronte a quello che erano le imposizioni della Chiesa. Il giorno successivo poi a Scanno incontreremo Pamela Villoresi che racconterà Il mio Coppi, un bellissimo spettacolo. Si tratta di un monologo della sorella di Coppi. E lei lo fa tutto sulla bicicletta, pedalando, mentre dietro scorrono le immagini del grande ciclista. E si ha la sensazione che sia davvero lui a parlare. È davvero molto suggestivo.

A Pescasseroli il 10 ci sarà lo spettacolo di Duccio Camerini Immaginaria commedia: un autore che ha già avuto riconoscimenti in altri festival, bravissimo sia come regista che come autore. Questo è un testo sull’emigrazione. Purtroppo questa è una regione di emigranti, soprattutto dopo i terremoti, i momenti di crisi. Io in America ho incontrato intere comunità abruzzesi, come a Boston. Il tema è questo. L’Abruzzo è una delle regioni italiane che è più emigrata.

Lo spettacolo itinerante Il camminante di Franco Acquaviva, a Gioia dei Marsi il 12 agosto alle 18, nasce da un’idea molto originale…

E infatti lo è. Gli artisti di questa compagnia O Thiasos Teatronatura e Teatro delle Selve fanno uno spettacolo nella natura, senza effetti innaturali come altoparlanti, luci, trucchi di vario tipo. È uno spettacolo bellissimo perché si cammina in mezzo al bosco e ogni tanto c’è una scena. Questi attori hanno fatto degli spettacoli bellissimi anche l’anno scorso. Noi li invitiamo tutti gli anni: fanno un teatro incantevole. La gente cammina dietro, segue lo spettacolo. Si siede sui sassi. Si ferma a gustare una scena e poi riprende a muoversi.

Questo modo di fare teatro potrebbe essere preso a simbolo del vostro Festival di Gioia?

Penso che lei abbia ragione perché in fondo è un teatro che cammina.

Dopo Io, madre di mia madre con Daniela Poggi, a Celano il 13 agosto, che fa un recital musicale, troviamo nel programma del Festival Teresa la ladra…

Sì, è un testo scritto da me interpretato da Mariangela D’Abbraccio con le musiche di Sergio Cammariere, che le ha scritte appositamente. È una storia ambientata nei primi anni del 900. È una ladra diciamo un po’ poetica che paga sempre di persona, gliene succedono di tutti i colori. È anche abbastanza comica. Siamo al tempo della guerra.

Un personaggio che richiama suggestioni un po’ grottesche, alla Alejandro Jodorowsky?

Semmai direi piuttosto picaresco, anche se un po’ grottesco, se vogliamo, lo è. A Pescasseroli il 14 agosto ci sarà poi Storie di cani per una bambina, che  è poi una lettura fatta da bambini. Hanno fatto tutto loro. Io ho solo scritto il libro a suo tempo.

Anche stavolta D’Annunzio non poteva mancare, giusto?

Sì, Lettere d’amore è un testo del poeta pescarese, che Piera degli Esposti legge e che io commento.

Quindi ci sarà anche lei sul palco?

No, sul palco no. (sorride) Be’… ci sarò anche io.

Quali altri appuntamenti sono previsti nel vostro programma degni di nota?

A Ortona dei Marsi il 26 ci sarà la rappresentazione I digiuni di Catarina da Siena, in dialogo con il suo scrivano che si chiamava Neri. È un’osservazione affettuosa sugli ultimi anni di Catarina da Siena. Scorrendo il programma arriviamo al 15 settembre, a Celano, con Spiro Scimone, un autore siciliano conosciuto in tutto il mondo. Ha avuto un successo enorme a Parigi. Qui lo vediamo con lo spettacolo Il Nunzio. Lui è un vero e proprio narratore della vita quotidiana. Così come a Celano incontreremo un noto testo teatrale, il classico dei classici: parliamo di Carlo Goldoni e della sua Bottega del caffè. È un gruppo di giovani bravissimi della compagnia Musé (Nuovo Museo Paludi). È un testo interpretato in senso particolarmente sociale della parola. E questo mi è sembrato molto di attualità.

In molti degli spettacoli del Festival ricorre questo tema del sociale…

Sì è vero, ma non in senso politico.

E poi ci sarà un finale da un ospite d’eccezione, vero?

Concludiamo con Massimo Ranieri, un piccolo grande re del palcoscenico con uno spettacolo musicale parolato. Qui c’è di mezzo il suo rapporto col mondo femminile. E poi la sua gioia di cantare.

Lei vive a Pescasseroli attualmente. A distanza di anni questo amore per l’Abruzzo continua…

Eh sì, direi. Infatti sono ancora qui. È per me un lavoro faticoso organizzare il Festival. E ci tengo a dirlo: tutto quello che faccio è volontariato. Un lavoro complesso che dura un anno intero e che consiste nello scegliere i testi, discutere, mettere insieme tanti programmi. Non è facile.

Ci sono alcuni artisti che sono tornati già altre volte qui al Festival?

Questo ‘teatro della natura’ Il camminante realizzato dalla compagnia Thiasos. Lo abbiamo fatto tante volte, piace tantissimo. E c’è sempre una folla numerosissima di spettatori. Poi è tornato da noi Spiro Scimone, anche Piera degli Esposti, che una volta è venuta con Lucio Dalla.

Teatro di gioia esprime già nel nome tutto il senso del Festival, vero?

C’è un doppio senso in effetti. Il teatro si chiama Gioia perché è nato a Gioia dei Marsi però anche teatro di gioia. Voglio essere, sentirmi ottimista.

Quanto veramente la parola non solo scenica ha ricostruire fino ad oggi quel qualcosa che è andato perduto? Mi riferisco ovviamente alla tragica vicenda del terremoto, che ha coinvolto tutto il territorio aquilano, non solo la città.

Penso che le parole sono la nostra coscienza, il nostro modo di comunicare, quindi di creare una rete. Noi abbiamo molto bisogno di uscire dalla solitudine, dalla chiusura, di metterci in rapporto gli uni con gli altri, attraverso la comprensione, la solidarietà. La parola è fondamentale. Io ne ho molta fiducia.