L’AQUILA – La vicenda del mancato esproprio dei due parchi pubblici “Beato Cesidio” e “Piazza Italia”, nel popoloso quartiere di Santa Barbara finirà alla Corte dei Conti. Tremano, quindi, dirigenti e funzionari comunali che all’epoca avrebbero causato il grave ritardo, risalente al 1994, nella formalizzazione della pratica che ha così esposto il Comune a pagare 440 mila euro per risarcire la società “Proserpina srl”, ancora proprietaria del terreno.

Lo annuncia l’assessore comunale dell’Aquila, al Patrimonio Vittorio Fabrizi che tuttavia non solleva alcuna polemica motivando la comunicazione alla magistratura contabile come un percorso obbligato per una spesa nei debiti fuori bilancio.

Ma c’è di più. Lo stesso assessore Fabrizi rende noto che il caso non è isolato, svela ad Abruzzoweb che “sono ancora tanti i casi come questi, che riguardano non solo problemi di espropriazione ma anche catastali. Basti pensare che alcune opere stradali di via Strinella e via Rocco Carabba, per citarne solo due, non compaiono nemmeno sulle mappe. In passato – ha spiegato l’assessore – prima si occupava d’urgenza un’area e poi non veniva mai perfezionata la pratica”.

Proprio per cercare di evitare altre situazioni del genere, l’attuale amministrazione sta cercando di mettere un po’ di ordine prima di tutto dando subito seguito ad eventuali altre sentenze di condanna e poi con la prevenzione.

“Ci siamo ritrovati a gestire questa situazione tra capo e collo – continua Fabrizi – ma, secondo me, quanto deciso con l’atto approvato in Giunta e che passerà per la prima commissione fino ad approdare in Consiglio comunale, è il male minore”.

Infatti lo stesso definisce la soluzione, trovata dopo una lunga e faticosa trattativa con il proprietario Claudio Marrone, la strada meno dispendiosa perché le condanne ricevute prevederebbero il ripristino del prato come era all’inizio, oltre al pagamento dell’indennità per ogni anno di occupazione dei terreni e delle spese legali.

“Naturalmente non sentiamo la responsabilità di quanto accaduto – conclude Fabrizi – ma la chiusura della vicenda è toccata a noi. Speriamo per il futuro che tutte le altre opere espropriate non prendano questa strada. In passato, infatti, era consuetudine che le pratiche venissero trascurate perché non esisteva un vero e proprio ufficio espropri, ma c’era una sola persona che non poteva gestire tutto”. (f.t)