L’AQUILA – “Meglio tardi che mai, ma ormai i buoi sono fuori e è inutile chiudere le stalle. Un vecchio proverbio in tema che calza bene con quello che accade da molti anni sulle nostre montagne”.

Ad affermarlo Dino Rossi, allevatore di Ofena, (L’Aquila), in merito al fenomeno della “mafia dei pascoli”, e alla maxi-inchiesta della Procura di Messina che a metà gennaio ha portato a 94 arresti, 194 indagati e 151 aziende sequestrate. Vibrando un duro colpo alla clan mafioso dei Batanesi, che ha base dei Nebrodi in Sicilia. Dalle carte dell’inchiesta, emergerebbe che il clan con società di comodo ha fatto incetta di pascoli, in tutta Italia e anche in Abruzzo, intestandoseli falsamente, solo sulla carta, esattamente nei Comuni dell’Aquila, Barisciano, Ofena, Castel del Monte, Pettorano sul Gizio, Crognaleto, Cortino, Valle Castellana, Rocca Santa Maria, Isola del Gran Sasso, e Caramanico. 

“Finalmente la politica abruzzese si è svegliata – commenta Rossi -, forse sono stati i testimoni di Geova con le loro riviste, o forse le numerose lamentele degli allevatori abruzzesi che non riescono più a trovare un pezzetto di uso civico libero sulle nostre montagne. Oggi i mass media sono alla ricerca di scheletri negli armadi, gli stessi che terrorizzano dal 2012 i nostri monti e gli allevatori abruzzesi. Ma ricordo che nel lontano 2012, lo scrivente con una missiva  al Prefetto dell’Aquila ha esposto quanto accadeva sulle nostre montagne e dove finivano i fiumi dei finanziamenti destinati agli allevatori storici, in crisi da una serie di scelte politiche”.

“Dobbiamo dire grazie alla mafia siciliana e alla magistratura sicula – prosegue Rossi – se ora tutti si sono accorti di cosa avviene alle spalle di allevatori italiani, dico italiani, in quanto questo fenomeno di accaparramenti dei fondi destinati alle aziende storiche, interessa gli allevatori di tutta la penisola. Quando uscirono i primi articoli one line, iniziarono ad arrivare telefonate da tutta la penisola di allevatori disperati, fui chiamato anche da un comando Forestale del Conero Marche, in quelle circostanze li rassicurai dicendo loro che la magistratura dell’Aquila era stata interessata e che addirittura ero stato contattato dal NAC nucleo antifrode comunitario che fa capo al ministero dell’Agricoltura. Tutto finito in un cestino, le testate giornalistiche più autorevoli hanno taciuto, nonostante io avessi ricevute minacce da queste società fantasma”.

“A nulla è servito la mia querela per le minacce telefoniche, nonostante avessi conservato il numero di telefono ed indicato alle forze dell’ordine. All’epoca dei fatti fu interessato anche la commissione agricoltura alla camera tramite  Movimento 5 stelle. La verità è che si sta combattendo contro i poteri occulti della politica italiana. In sostanza sono più di otto anni che queste società fantasma rastrellano fondi UE con due asinelli. Di queste società fantasma anche il Dott. Guido Conti se ne era occupato in passato e successivamente aveva ripreso dopo una mia telefonata, quando era ancora comandate della Forestale in Umbria, visto che la vicenda comprendeva anche la sua giurisdizione. Una morte quella del Dott. Conte assai misteriosa”.

“A tutto questo bisogna aggiungere il silenzio assordante delle associazioni agricole, quelle che dovrebbero tutelare l’agricoltura e l’allevamento, le prime responsabili visto che sono solo loro deputate a presentare le domande in AGA, le stesse che oggi le troviamo a difendere gli allevatori disperati nei tavoli istituiti dal Comune dell’Aquila. Il marcio noi l’abbiamo ad un palmo di naso e puntiamo il dito verso altri,  è questo il punto di partenza per fare chiarezza e restituire i soldi a tanti allevatori storici in affanno”.