L’AQUILA – Dal Trentino Alto Adige arriva la conferma di quanto sia diffuso e sottotraccia, anche in Abruzzo, il fenomeno della speculazione e delle frodi intorno ai fondi europei conosciuto come “mafia dei pascoli”

Come ha informato Il Corriere del Trentino, ripreso da varie testate abruzzesi, la Procura regionale della Corte dei Conti ha citato in giudizio un imprenditore e un suo dipendente che avrebbero ottenuto oltre 157mila euro di contributi comunitari dichiarando di svolgere attività di allevamento su terreni montani in provincia dell’Aquila. Una frode, visto che per i giudici contabili l’attività sarebbe solo sulla carta e fittizia, e i due in Abruzzo non ci hanno mai messo piede, nè tantomeno i loro animali.

Secondo la Corte dei Conti, come scrive il Corriere del Trentino, “a chiedere ed ottenere il contributo sarebbe stato un prestanome che poco o nulla sapeva della gestione dell’azienda di cui risultava essere il capo”.

E ci sarebbe “la prova che i contratti di quelli indicati in Abruzzo in realtà erano stati sottofirmati da una terza persona”.

Non solo, “dalle indagini sarebbe emerso che il titolare dell’azienda in realtà era un dipendente come dimostrerebbero dei pagamenti mensili regolari. E infine i diritti di aiuto sarebbero passati all’azienda dell’altro indagato”.

“Il caso  parte dai contributi previsti per i nuovi agricoltori – spiega ancora il quotidiano trentino – e uno dei due soggetti avrebbe chiesto di poter fruire di questa possibilità riuscendo avere la cifra che viene contestata. Ma ci sarebbe stata la falsa attestazione del requisito propedeutico a ricevere il denaro che prede la forma dei diritti di aiuto che avrebbe ricevuto a titolo gratuito dalla ‘riserva nazionale dei titolo’. I ‘nuovi agricoltori’ devono esserlo di nome e di fatto, devono quindi guidare per la prima volta un’azienda”.

I fatti sono accaduti dal 2010 al 2014, il procedimento penale si era concluso con la prescrizione. Ora i due trentini citati rischiano di dover restituire fino all’ultimo centesimo.

La notizia è stata duramente commentata da Lina Calandra, docente di Geografia all’Università dell’Aquila,  che da anni denuncia la presenza del fenomeno della mafia dei pascoli in Abruzzo.

Ovvero quello che ha come protagoniste società con sede un pò in tutta Italia, che anche qui in Abruzzo, fanno incetta di pascoli, affittandoli a costi proibitivi per i locali, oppure intestandoseli con prestanome e società di comodo, solo sulla carta. Non per allevarci davvero animali, produrre carne, latte e formaggi, questo è il punto, ma per intascare decine e decine di milioni di euro di aiuti comunitari dell’Agea. Alla faccia di chi l’allevatore eroicamente continua a farlo per davvero e non vede poi un becco di un quattrino.

Tutto legale, paradossalmente,  visto che le norme europee e italiane consentono, per accedere ai contributi europei, di mettere a frutto, “calandole” su un pascolo, i titoli ovvero un tot ad ettaro, molto consistente derivanti dalle attività originarie di allevatore o  agricoltore, senza avere l’obbligo di fare effettiva attività zootecnica, ma solo per mantenere l’equilibrio agronomico dei terreni, facendoci pascolare animali.

Meccanismo contro il quale è stata approvata ad aprile scorso nella legge Cura Abruzzo, la norma voluta fortemente dalla Lega, e sollecitata dalle associazioni di categoria locali, pensata per dare priorità ai residenti abruzzesi da almeno dieci anni nell’accesso ai pascoli, sbarrando di fatto la possibilità ai forestieri, rendendo del tutto residuale la possibilità di fare bandi pubblici.

Partendo dal presupposto che il meccanismo dei titoli favorisce attività speculative, a discapito di una sana filiera zootecnica, che produce latte carne e formaggio.

Tagliando fuori i piccoli allevatori locali che non hanno nel loro portafoglio titoli “pesanti”, e non possono alzare il prezzo nei bandi comunali, a differenza di chi in altre regioni aveva grandi produzioni di pregio. Un mercato dei titoli che ha determinato in Abruzzo minacce e intimidazioni volte a lasciare liberi i pascoli.

La norma è stata però impugnata alla Corte costituzionale dal Consiglio dei ministri, perchè non rispetterebbe il principio della libera concorrenza e la competenza nel legiferare sugli usi civici. La Lega con in testa il vice presidente della Regione e assessore all’Agricoltura, Emanuele Imprudente, ha annunciato attaglia per difendere una “norma di giustizia e civiltà”. f.t.